Macchine fotografiche mezzo formato

Continua il viaggio nel mondo dell'analogico con la Fuji TW-3 Tra il 7 e il 16 luglio 1647 a Napoli si verificò una rivolta contro il governo spagnolo che vessava la popolazione. A guidarla Tommaso Aniello d’Amalfi che tutti conosciamo con il soprannome di Masaniello. Perché, io, che avevo promesso in chiusura del post precedente di parlare di macchine mezzo formato, mi metta a ricordare questa vicenda lo capirete più avanti e forse anche a voi verrà voglia di ribellarvi. Dunque, adesso scendiamo nell’aspetto tecnico, ma prometto di non andare troppo a fondo altrimenti ci annoiamo tutti; se quello che scrivo dovesse risultare incomprensibile non preoccupatevi le cose importanti le scrivo dopo, queste sono solo osservazioni necessarie per preparare il campo alla riflessione. Le macchine mezzo formato caricano normali pellicole 135mm, ma producono una immagine che occupa esattamente la metà dello spazio rispetto a quanto viene fatto dalle macchine a formato pieno. Questo vuole dire che con una pellicola da 36 pose si possono ottenere 72 fotografie, che mantengono invariato, anche se dimezzato, il rapporto tra il lato lungo e quello corto dell’impressione fotografica: 2 a 3. Nelle macchine fotografiche, ed anche nelle mezzo formato, solitamente la pellicola corre orizzontalmente. Questo fatto determina una inversione del campo inquadrato a livello del mirino. Nella maggior parte delle macchine mezzo formato quando si guardi nel mirino, l’inquadratura che si vede è verticale (come avviene per il formato 6x4.5 utilizzando pellicole 120). Per capirci ecco una foto che ci viene in aiuto: Due pellicole, una impressionata da una normale macchina 35mm e una da una mezzo formato. Il fatto che nelle prime tre macchine mezzo formato che io abbia usato, una Olympus Pen primo tipo, una Olympus Penn EE e una Canon Demi, l’inquadratura fosse, appunto, verticale impugnando la macchina orizzontalmente mi aveva allontanato dall’utilizzarle. Scatto la maggior parte delle foto ‘in orizzontale’ e per farlo dovevo girare la macchina come se stessi fotografando in verticale. Questo non era comodo. Pochi mesi fa ho ricominciato a pensare di scattare in pellicola rispolverando le mie macchine analogiche e, leggendo qua e la nella rete, sono venuto a conoscenza di una mezzo formato che come caratteristica aveva quella di avere la pellicola che scorre in verticale producendo quindi immagini orizzontali quando impugnata orizzontalmente, nessuna necessità di inversioni: La Fuji TW-3. Prodotta nel 1985 fa parte di una seconda ondata di macchine mezzo formato, successiva a quella degli anni 60 che vide la Olympus Pen in tutte le sue differenti declinazioni a essere la più venduta e diffusa. TW sta per Tele-Wide, la macchina ha una forma particolare che la rende unica nel suo genere e monta due obiettivi che possono essere selezionati ruotando la ghiera frontale. Un 23mm e un 69mm che risultano raddoppiati rispetto alla loro lunghezza focale considerata su una macchina a formato pieno; si hanno quindi un 46mm e un 138mm. Entrambe le lenti hanno un diaframma fisso: f 8. Questo permette di avere in posizione grandangolo foto a fuoco da un metro all’infinito. In posizione tele si deve invece focheggiare a stima mediante una piccola leva. Le stranezze di questo apparecchio non finiscono qui; quando la macchina viene caricata la pellicola viene tutta tirata fuori e, mano a mano che si scatta la pellicola, rientra nel caricatore, proprio come in una Hasselblad X-PAN. Questo mette al riparo da eventuali danneggiamenti delle foto fatte in caso di apertura non voluta del dorso prima di averlo terminato. Sia chiaro, stiamo parlando di due categorie di macchine fotografiche ben distinte, la nostra TW-3 costa 30 volte di meno di una X-PAN e soffre inoltre di possibili infiltrazioni di luce che possono però donare alle foto effetti inaspettati. La batteria è saldata all’interno del corpo ed era venduta con una vita stimata a 1000 foto (14 rullini x 72 pose). Per cambiarla, nel libretto istruzioni, si viene consigliati di rivolgersi ai centri di assistenza. Questa scelta della batteria saldata nel corpo è un vero mistero. Per quale motivo sia stata disegnata in questo modo è un fatto che resta stupefacente e inspiegabile poiché è un particolare che certamente non ne ha favorito la commercializzazione e ad oggi fa si che gli esemplari usati che si trovino in giro siano praticamente tutti con batterie scariche e quindi non testabili fino a che l’interessato non la acquisti e perda del tempo per aprirla rimuovere le batterie scariche, che facilmente hanno perso acido, e saldare dentro le nuove. Sarebbe divertente tentare di raggiungere un centro assistenza Fuji per sentire cosa rispondano alla richiesta di cambiare le pile alla macchina! Io ho avuto la fortuna di imbattermi in un esemplare che ha ancora pile originali funzionanti, anche se vicine a scaricarsi, (una luce intermittente mi avverte della necessità di cambiarle presto). Considerate che questa macchina è stata prodotta nel 1985 quindi stanno ancora funzionando a 36 anni dalla loro produzione. E’ questa una cosa possibile? Non ho avuto esitazioni quando l’ho avvistata, era assolutamente da provare la possibilità di avere 72 pose su un rullo che corre in verticale e produce ‘naturalmente’ immagini orizzontali. Il fatto che in questa macchina così come nella Yashica Samurai x3.0 e nella Konica Recorder la pellicola abbia questo tipo di scorrimento è dovuto al fatto che sono tutte e tre macchine con avanzamento motorizzato della pellicola, la grande novità di quegli anni, e quindi i disegnatori avevano potuto osare questa soluzione che sarebbe stata forse impossibile per macchine dotate di una leva di avanzamento manuale tradizionale come era stato per tutte le mezzo formato fino ad allora. Mi sento di consigliare a chiunque nutra interesse per la realizzazione di progetti personali con la pellicola il fatto di poter utilizzare macchine di questo genere. Devo confessare che 36 pose per pellicola sono infatti poche per chi abbia speso parte della vita utilizzando strumenti digitali che lo hanno sciolto dalla dovuta attenzione che si aveva quando si scattava in pellicola. Non mi sto riferendo semplicemente al fattore economico quanto invece alla sensazione di poter usufruire di un numero maggiore di fotogrammi da bruciare alla ricerca dell’immagine buona. Creano una sensazione di liberazione dal limite senza scadere nell’anarchia delle infinite possibilità legate alle strumentazioni digitali: gli scatti sono gratis e spesso rischiano di essere gratuiti. Questa, come le altre macchine delle quali parlerò, sono strumenti che assomigliano più a giocattoli che a macchine fotografiche così come siamo abituati a pensare siano (debbano essere) quelle usate da fotografi che lavorino professionalmente. Ora, al di la di evidenti limiti, legati alla loro natura, che le rende inutilizzabili quando si voglia realizzare un lavoro che necessiti dell’utilizzo di strumenti più sofisticati e performanti (ottiche intercambiabili, possibilità di decidere tempi e diaframmi da utilizzare e via di seguito) queste macchine sono strumenti eccezionali per l’esplicazione delle proprie capacità espressive. La semplicità di utilizzo mi ha riportato alla sensazione di libertà assoluta che ho provato nell’utilizzare per un tempo molto lungo una Holga (Foto © Giulio Napolitano / Immagini scattate con macchina fotografica Holga) alla quale dedicherò nel tempo lo spazio che merita. Ed è in quello spazio libero che possono fiorire intuizioni che altrimenti rischiano di seccarsi e appassire. Chi ne abbia voglia qui può vedere, al link che riporto di seguito, tre serie di foto realizzate con quella straordinaria macchina di plastica: https://www.behance.net/giulionapolitano Con una Leica a telemetro non avrei potuto realizzarle. L’eccezionalità del mezzo non sempre risiede nel suo valore/prezzo di mercato/complessità meccanica e ottica ma supera questo schema e balena la consapevolezza che la migliore macchina fotografica, oltre a essere quella che hai sempre con te, sia quella che ti pone nello stato d’animo giusto per cogliere il momento. Per rispondere alle obiezioni di alcuni amici circa il fatto che la qualità della stampa o della scansione dei negativi prodotti da una macchina mezzo formato riporto le indicazioni tecniche che mi ha fornito Roberto Properzi, vecchio amico, stampatore di professione che dagli inizi dell’era digitale ha convertito parte del suo lavoro a quanto si possa fare in ambito fotografico con computer e scanner. Alla mia richiesta mi ha sorriso dicendomi che scansionando alla massima risoluzione con lo scanner da lui utilizzato si ottiene un file all'incirca di 11 mega pixel e che si potrebbe utilizzare per produrre stampe da esporre o vendere di formato abbastanza grande. Insomma un negativo da una macchina mezzo formato potrebbe tranquillamente essere stampato come doppia pagina su un settimanale illustrato. E parlando di settimanali illustrati voglio chiudere riallacciandomi alle vicende napoletane della rivolta anti-spagnola. Un paio di settimane fa, infatti, con mia grande sorpresa, ho constatato, che Masaniello non solo non è morto il 16 Luglio 1647 ma continua a girare liberamente e fa fotografie. Meglio, lavora come fotografo e uno dei suoi scatti (una bella immagine) è finito ad illustrare una doppia pagina del settimanale l’Espresso e come si può vedere dalla foto il suo credito risulta stampato e ben visibile al lato dell’immagine: A. Masaniello/Getty Images. Evidentemente si tratta di un errore nella trascrizione del nome di Antonio Masiello un bravo e giovane fotogiornalista che lavora rappresentato dall’agenzia Getty Images. Si, un semplice errore di trascrizione di un nome mi direte, che volete che sia! Lo so, sciatteria all’ordine del giorno! Certo, provate a immaginare se Massimo Gramellini diventasse ‘Caramellini’, Gianni Riotta si trasformasse in ‘Rotta’ e Aldo Cazzullo divenisse impubblicabile per esteso nella forma contratta del suo cognome. Soprattutto in questo ultimo caso l’Ordine dei Giornalisti (ordine al quale mi fregio di non essere mai stato iscritto) si sarebbe fatto sentire per ristabilire giustizia e restituire l’onore leso. Per Masiello, che non conosco direttamente, non so cosa sia successo e magari, se gli arriverà eco di queste righe sarà interessante sentire se ci sia stata almeno una rettifica dell’errore secondo il buon uso, a pagina 97 in basso, la settimana successiva, con tante scuse. Per quanto mi riguarda, e per rimanere in terra campana io faccio di cognome Napolitano ma non si contano le volte in cui sia stato trasformato in un Napoletano senza tanti complimenti e rettifiche. Ma io me lo meritavo, non facendo capo a nessun Ordine. Nel nostro prossimo appuntamento continueremo a divagare, parlando di altre macchine mezzo formato: la Yashica x3.0, La Canon Autoboy Tele 6, la Konica Recorder e dei motivi per i quali questi apparecchi non ebbero il successo commerciale al quale avrebbero potuto ambire durante gli anni 80, periodo felice per la diffusione di apparecchi di semplice utilizzazione per il grande pubblico. Se volete scrivermi: http://www.giulionapolitano.com/

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