I travestimenti di Cindy Sherman

"Volevo imitare qualcosa che avesse a che fare con la cultura e prendermi gioco della cultura stessa" “Quando andavo a scuola, cominciava a disgustarmi la religiosità o la sacralità dell’arte, volevo creare un qualcosa con cui le persone potessero identificarsi senza dover prima leggere un libro a riguardo. Così che chiunque potesse apprezzarlo, pur non condividendolo appieno; ne avrebbe comunque ricavato qualcosa. Ecco perché volevo imitare qualcosa che avesse a che fare con la cultura e prendermi gioco della cultura stessa…” ( Cindy Sherman in Nairne Sandy, “The State of the Art ideas and Images in the 1980s, London 1987). Durante il decennio Settanta/Ottanta in pieno clima femminista, la Sherman da sempre interessata ad analizzare i fenomeni sociali che la circondavano, ebbe a dire:”… Il mondo dell’arte è pronto per qualcosa di nuovo al di là della pittura… Nessuno si sta occupando della fotografia, prendiamola noi donne come nostro strumento” (A.A.V.V. , “Cindy Sherman”, Postmedia, Milano 2019) Nata nel New Jersey nel 1954, dopo gli studi artistici a Buffalo City, rivolse la sua attenzione alla pittura mostrando particolare interesse per movimenti quali il Surrealismo, la PopArt e l’Arte Concettuale. All’inizio si avvicinò alla fotografia con lo scopo di documentare alcune ricerche in campo sociale, ma ben presto divenne il punto centrale della sua attività artistica. Fin dai primi tempi rivolse l’obiettivo verso se stessa con una serie di autoritratti realizzati grazie ad arditi travestimenti, anticipata in questa passione dalla fotografa francese Claude Cahun (1894/1954). Il corpo reale di Cindy non apparirà mai nella sue foto, sottoposto a continue modifiche per camuffarsi, per invecchiarsi, per assumere aspetti anche sgradevoli, proprio lei che era dotata di un volto interessante e di un corpo di raffinata eleganza. Le maschere, i trucchi e le parrucche l’avevano affascinata già da bambina, quando si divertiva ad assumere le sembianze di persone anziane, ben lontane dalle immagini stereotipate di fatine o principesse che dominavano e continuano adominare la letteratura per l’infanzia al femminile. A New York, dove si era nel frattempo stabilita, dal 1977 al 1980, realizzò “Untitled Film Stills”, una serie di 70 foto in bianco/nero di piccolo formato ( 19 cm. x 24 cm.) : senza dubbio uno dei suoi lavori più importanti, con immagini che si ispirano agli stereotipi femminili tratti dalla cinematografia americana degli anni Cinquanta, con brevi incursioni anche in campo europeo. Cindy è l’assoluta protagonista di questi lavori, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di soggetto che scatta le foto e di oggetto fotografato. Il riferimento al cinema, per lei fonte inesauribile di ispirazione, è ben evidente in tutte le immagini di questa serie che seguono il linguaggio e i canoni estetici delle fiction, senza però alcun riferimento preciso a scene di film o telefilm realmente esistenti. (© Cindy Sherman) Impegnata in un susseguirsi di travestimenti e di trucchi che le conferiscono diverse identità, è abilissima nel creare atmosfere ambigue in cui il reale e il virtuale si sovrappongono. Anche i luoghi in cui realizzare gli scatti sono scelti con cura: le prime foto della serie “Untitled Film stills” hanno come sfondo lo studio dell’artista trasformato da intriganti allestimenti. Cindy è quasi irriconoscibile sotto i suoi trucchi e i suoi travestimenti, ma la sua stanza è un luogo conosciuto, un punto fermo al quale affidare le nuove molteplici identità che scorrono una dietro l’altra in sequenze che alludono al linguaggio cinematografico. Quando il suo studio le diventa stretto, esce all’esterno e sceglie come sfondi per i suoi autoritratti ambienti urbani da lei frequentati quotidianamente; alcune delle sue foto sembrano ispirarsi alla Nouvelle Vague, al Neorealismo, alle atmosfere dei film di Hitchcock , oltre a riprendere atteggiamenti tipici di attrici famose quali ad esempio Brigitte Bardot, Anna Magnani, Sofia Loren, Jeanne Moreau, espressamente citate come inesauribili fonti di ispirazione. Nel suo susseguirsi di scatti imperniati sulla tematica del femminile, non costruisce un vero e proprio racconto anche se ad un primo sguardo la serie di foto potrebbe suggerirci una narrazione: "Ogni singola immagine risulta così compiuta ma incompleta e sospesa, suggerisce ma non spiega e non fa parte della logica consequenziale di un racconto…” (A.A.V.V., Cindy Sherman, Milano 2019 – postfazione di Cristina Casero) E’ inoltre importante notare come la maggior parte delle sue fotografie, che la vedono protagonista per circa trenta anni - con atteggiamenti divertenti, sgradevoli, commoventi, impressionanti a seconda dei trucchi, delle parrucche e dei travestimenti - non abbiano titoli precisi, e ciò per sfuggire alla tentazione di creare immagini troppo descrittive. Dopo la realizzazione e il successo di “Untitled Film Stills”, Cindy continua a lavorare sugli stereotipi del femminile ironizzando sulla visione maschilista della donna sensuale come viene esaltata dai media, portando avanti con coerenza la sua ricerca, sia dal punto di vista stilistico che concettuale. Nel 1980 realizzò la sua prima serie di fotografie a colori dal formato rigorosamente orizzontale in cui ritrarre giovani donne in ambienti privati, colte in pose erotiche e sensuali. Queste immagini “di intonazione pornosoft” sono legate tra di loro da un sottile filo di ironia verso atteggiamenti trasognati e melodrammatici di stampo romantico a cui spesso il genere femminile si abbandona. (A.A.V.V., op. cit.) Nella serie Untitled del 1993 Cindy penetra con i suoi scatti nel mondo effimero della moda, cercando di ridicolizzarne i suoi stereotipi. "Fin dall’inizio avevo qualcosa che non andava, come se tra noi ci fosse attrito: selezionai alcuni vestiti che intendevo usare. Mi spedirono abiti completamente diversi che per me erano noiosi. Iniziai quindi a prendermi gioco di loro; non dei vestiti, ma molto più della moda. Applicai delle cicatrici sul mio volto per diventare davvero brutta…” ( op. cit.) Le modelle scelte dalla Sherman non sono alte e snelle a suggerire un’idea di leggerezza come i dettami della moda e del marketing impongono, ma piuttosto goffe e dalla corporatura pesante; ne escono fuori immagini grottesche evidenziate da luci altamente contrastate e da colori molto accesi: niente dunque di invitante e tranquillizzante, ma al contrario corpi che suscitano ansia e disagio. Negli anni a seguire, Cindy, sempre alla ricerca di nuove identità, continua le sue provocazioni con una serie di immagini in cui si ritrae travestita da clown; in ‘History Portraits/Old Masters’ del 1988-1990, incarna personaggi tratti da famosi dipinti storici, quali ad esempio ‘Il Bacchino malato’ di Caravaggio e ‘La Fornarina’ di Raffaello Sanzio. Recentemente, sbarazzandosi con una buona dose di irriverenza dell’aura sacra che circonda gli artisti con la cosiddetta ‘a maiuscola’ che amano collocarsi su alti piedistalli, Cindy in piena sintonia con lo spirito che anima la nostra società postmoderna, pubblica le sue foto sui social e in particolare sul suo profilo Instagram @cindysherman in modo che possono essere usufruite liberamente sulla rete: molti sono i suoi selfie, tanto per usare una parola di moda oggi, in cui appare deformata in linea con la cifra concettuale e stilistica che ha seguito fin dagli inizi della sua attività di fotografa. Di recente un’ ampia mostra alla Foundation Louis Vuitton di Parigi ha celebrato Cindy Sherman come una vera protagonista dell’arte contemporanea che ha affrontato in modo originale e organico le problematiche legate alla rappresentazione del mondo femminile.

I travestimenti di Cindy Sherman