Francesca Woodman e i suoi autoritratti

Analizzando i lavori di di Francesca Woodmann notiamo subito la sua propensione a porre sé stessa al centro della sua ricerca con autoritratti intensi che mettono in luce la sua complessa personalità, del resto come Cindy Sherman e altre fotografe nate intorno agli anni ’50 del Novecento, sulla scia della più anziana Claude Cahun. La scelta non è determinata da atteggiamenti sterilmente narcisisti, ma da indagini profonde sul proprio io e sulla propria collocazione nel mondo. Con buona dose di approssimazione si potrebbe dire che questa analisi di sé attraverso il mezzo fotografico, condurrà , alle soglie del Duemila, all’ esplosione dei selfie, realizzati in gran numero, velocemente e con molta superficialità. Francesca Woodmann nacque a Denver in Colorado nel 1958 e morì giovanissima a New York nel 1981. Da un primo sguardo anche veloce dei suoi lavori, si comprende la sua personalità irrequieta, risoluta e determinata nelle scelte, ma dotata di una sensibilità estremamente fragile. La sua formazione artistica, oltre che in rinomate scuole statunitensi , ebbe luogo anche in Italia: in un casolare nei pressi di Antella, frazione del capoluogo toscano, la famiglia Woodmann al completo amava trascorrere lunghi periodi estivi; dalla campagna collinare costellata di ulivi e cipressi e dalla città di Firenze, con i suoi musei e le opere d’arte all’aperto, George e Betty, con i figli Charles e Francesca, traevano ispirazione per i loro lavori. La passione per l’arte, se pur con diverse sfumature, costituiva terreno comune per il padre pittore, la madre ceramista, il figlio videoartista e la figlia fotografa. Betty e Francesca si recavano spesso in visita ai musei, affascinate dai ritratti di antiche dame, da satiri, ninfe e da personaggi mitologici i più strani, ma l’interesse della giovane fotografa si concentrò ben presto sul Museo della Specola con i suoi di reperti di storia naturale, vere “meraviglie”, collezionate con cura e passione dal Granduca Pietro Leopoldo alla fine del Settecento. Francesca con il suo corpo completamente nudo, comincia a dialogare come per gioco con alcuni resti di animali custoditi in teche di vetro: in un ambiente semioscuro, la luce di una finestra semiaperta consente alla fotografa di scattare inquietanti autoritratti in cui, come in una apparizione, la sua radiosa gioventù viene esaltata dal contrasto con le ossa scheletriche. Dopo questa intensa esperienza, il suo corpo diviene sempre più il soggetto esclusivo del suoi lavori: ad un’amica che le aveva chiesto perché avesse scelto l’autoritratto come unico protagonista delle sue foto, rispose in modo ironico: “It’s a matter of convenience, I’m always available”. (E’ per una ragione di convenienza, io sono sempre disponibile!) "Negli anni a venire l’autoritratto sarà la sua forma espressiva privilegiata, ma sempre per sottrazione, sempre qualche pezzo del corpo mancherà all’insieme, come se quel suo sembiante di donna fosse mutilo, impossibilitato a rivelare compiutamente la propria figura al mondo. "Una donna misteriosa, che ama il proprio corpo e insieme lo teme…” ( Elisabetta Rasy, Le indiscrete, Mondadori 2021). L’ambiente scelto da Francesca per i suoi autoscatti è attentamente studiato e non ha la funzione di un semplice sfondo: stanze con pareti scrostate, talvolta nude oppure ornate da vecchi specchi e da carte da parati strappate, mobili rovinati, antiche porte e strani animali impagliati, sembrano interloquire con la giovane artista. Il corpo nudo, che non sovrasta con una presenza ingombrante gli oggetti che la circondano e con i quali intimamente si relaziona, sprigiona un’idea di solitudine e di inquietudine, una sorta di paura ad uscire dalla fase adolescenziale per affrontare la vita da adulta. Sono immagini potenti, intense, fortemente espressive, esaltate da una luce che evoca visioni di sogno. Ma l’artista stenta ad inserirsi nel mondo dell’arte e i riconoscimenti tardano ad arrivare. New York è piena di movimento, ma non è una città accogliente e Francesca si sente sola e isolata. In una lettera inviata ad un’amica, esprime le sue profonde difficoltà: “Ho certi parametri e la mia vita, a questo punto, è come un vecchio fondo di caffè e preferirei morire giovane, lasciando intatti qualche lavoro, qualche opera riuscita, l’amicizia con te e qualcun altro, invece di permettere che tutte queste cose delicate siano confusamente cancellate.” (Elisabetta Rasy, op. cit.). In preda ad una totale disperazione, senza intravedere nessuno che possa aiutarla, il 19 gennaio del 1981, a soli 23 anni non ancora compiuti, si lancia nel vuoto da un grattacielo di Manhattan. Da quella tragica morte, per ironia della sorte, la fama di Francesca prese il volo: “Tutti ora ammirano l’artista che ha inscenato una visione inedita, drammatica e sorprendente del corpo femminile, un’immagine – quasi sempre del proprio corpo – in cui i tormenti dell’anima, le peripezie dell’identità, le metamorfosi degli arti e della pelle emergono da una misteriosa profondità…” (Elisabetta Rasy,op cit.). Nel 2009 a Siena, in Santa Maria della Scala, si è potuta ammirare una bellissima mostra delle sue opere.

Francesca Woodman e i suoi autoritratti