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Fotografia e Letteratura

Fotografia e Letteratura

Nei miei laboratori su come costruire una pubblicazione parlo sempre del fatto che per riuscire a realizzare un buon libro occorre avere tutta una serie di competenze che, di solito, ha l’editore o il personale della casa editrice. Quindi se voleste intraprendere l’avventura di realizzare una pubblicazione in completa autonomia è bene iniziare ad informarsi e a leggere sui vari aspetti che riguardano i libri. Tutto questo per dire che è da poco uscito un saggio che parla di un argomento controverso ma che interessa i fotografi; Fotografia e letteratura. Il saggio è a cura di Simona Guerra e si intitola – Fotografare letteralmente, la scrittura al servizio della fotografia. E’ un libro di una scrittrice davvero brava, con cui ho avuto il piacere, in fase di stesura del libro, di confrontare alcune riflessioni e lanciare alcune domande, che partono dalla mia esperienza sui libri. Confrontarsi con gli altri e superare i dubbi non è da tutti ma dovrebbe essere una pratica comune per il fotografo, da applicare in tutto quello che fa. Ma veniamo al saggio in argomento: mi domando perché si sente la necessità di scrivere e noi di leggere di scrittura e fotografia? Perché le due cose si sorreggono e se stanno nel posto giusto diventano complementari, poi con questo fiorire di pubblicazioni gli inciampi sono cresciuti in maniera esponenziale. Questo saggio non è una guida su come scrivere bene un testo da consegnare alle immagini, ma una serie di riflessioni che ci portano a pensare su ciò che leggiamo e su quello che andremo a fare. Per leggere questo saggio vi consiglio di mettervi comodi, prendere un argomento per volta, fare dei confronti e approfondire ciò che non vi è chiaro. Può essere utile sfogliare qualche libro di fotografia per consolidare il pensiero e capire se quello che trovate scritto in questo saggio vi convince. Sì questo saggio solleva molti quesiti, non vuole confortarci e farci ritrovare le solite affermazioni, anzi ci invita a mettere in discussione il valore della scrittura nelle fotografie, i titoli, sottotitoli e le didascalie, ci parla del pensiero di Bruno Munari e Gianni Rodari. E come mi è accaduto in molte occasioni, dove mi veniva chiesto un consiglio su qualche libro che parlasse di questo argomento, ho sempre risposto di leggere i classici da Barthes a Sontag, che sono sì importanti, ma di difficile comprensione e che scoraggiano la maggior parte dei lettori. Da oggi posso consigliare questa lettura quale valido strumento per comprendere la relazione tra scrittura e fotografia e accrescere le nostre conoscenze. "FOTOGRAFARE LETTERALMENTE"
La scrittura al servizio della fotografia di Simona Guerra Ed. Piktart - 2021 142 pag

Riparte "Più Libri Più Liberi"

Riparte "Più Libri Più Liberi"

Finalmente dopo due anni riapre a Roma la fiera Più libri Più liberi dedicata al libro e alla piccola editoria, queste le mie impressioni: Grande presenza dell’editoria per ragazzi, un settore che tira e che conferma che il libro, prevalentemente cartaceo, è ancora un oggetto richiesto e acquistato dai ragazzi e dagli adulti, segno che si legge molto nonostante lo smodato uso di apparecchi elettronici. La fila enorme per il firma copie di Zerocalcare può essere moda ma sicuramente di mezzo c’è il piacere di avere un libro di un autore che ha un seguito e la richiesta di una dedica conferma la necessità dell’oggetto fisico dove poter scrivere. Se faccio memoria della produzione e fattura dei libri, nei vari anni, vedo che c’è un crescendo nella qualità degli stessi, non in maniera assoluta, ma sia per il settore letteratura che per quello fotografico ho visto dei libri veramente ben fatti, piacevoli da toccare e belli da vedere. Non vorrei essere scontato quando dico che la qualità paga sempre, ma questo concetto mi torna in mente quando vede dei libri fatti male e con molti errori. In tutti gli stand c’erano dei giovani che spiegavano con passione e dovizia di particolari le caratteristiche e le storie incluse nei libri, una prerogativa dell’attività libraria e punto nodale in contrapposizione agli acquisti online. Nell’angolo dedicato al settore della fotografia ho partecipato ad un talk tenuto da Pino Musi, fotografo e studioso del libro. Musi ha presentato una sua selezione di libri fotografici, che a suo avviso hanno delle caratteristiche importanti e da segnalare, chiacchierata interessante e ben espressa. Come al solito saremo state 10 persone over 40, la solita storia; i giovani non capiscono che queste occasioni vanno colte e che partecipare a queste occasioni di incontro non è mai tempo perso anzi sono elementi formativi. Dopo molte cose belle vorrei dire cosa mi sarebbe piaciuto che ci fosse stato: Parlando di libri ad un pubblico che potenzialmente ne vorrebbe fare uno proprio, non ho visto dei laboratori tecnici dove si poteva parlava della costruzione di un libro oppure parlare di strategie di marketing. I talk vanno bene ma questi appuntamenti servono anche per diffondere delle conoscenze a chi non è del settore. A mio avviso la fiera dovrebbe esaltare quest’aspetto didattico anche per rispondere a chi (le librerie romane) si è opposto alla fiera perché considerata un punto di vendita che sottrae clienti pre-natalizi.

L'Avventura dei Ghiaccioli Colorati

L'Avventura dei Ghiaccioli Colorati

La storia dei dieci ghiaccioli è una metafora giocosa per poter riflettere sin dalla tenera età sull’importanza del confronto con gli altri, come momento di cambiamento e di crescita Due anni fa durante una tipica estate fiorentina calda e afosa, mi venne da pensare con una certa nostalgia ai ghiaccioli che mangiavo da bambina, con molto piacere sia per il sapore che per i vivaci colori. Senza mettere tempo in mezzo, andai a comprare una scatola di ghiaccioli che rovesciai sul tavolo di cucina, ognuno dentro la propria bustina che mi rimandò al tema della nascita: da lì l’dea di raccontare per immagini la breve vita di questi pezzetti di ghiaccio colorati e dolci. Una volta usciti dall’involucro i ghiaccioli si allineano e poi cominciano a mescolarsi perdendo un po’ del loro liquido che con il passare dei minuti diventa un laghetto colorato, mentre loro si confondono nel tutto. Raffaella Tortora, una collega che insegna in un Scuola Elementare fiorentina, fu affascinata da questo racconto per immagini, tanto da scriverci una storia da essere presentata a bambini da zero a sei anni. Il messaggio è chiaro: l’integrazione e l’accoglienza del ‘diverso’ è fonte di arricchimento, anche se perdiamo qualcosa di noi. I più piccoli si limiteranno ad apprezzare le foto e i colori delle immagini che sono esaltate anche dalla grafica di Chiara Ronconi.

Corso di Camera Oscura / Roma

Corso di Camera Oscura / Roma

Un corso one-to-one rivolto a tutti coloro che vogliono apprendere le tecniche tradizionali di sviluppo e stampa fotografica in bianco e nero. Imparerai concretamente tutte le fasi del processo di sviluppo e di stampa di un negativo in bianco e nero, partendo dalla fase di ripresa fotografica fino all’immagine finale su carta. Le lezioni si svolgeranno sia in esterni (ripresa fotografica in pellicola), sia in camera oscura (sviluppo e stampa della pellicola scattata). La parte pratica sarà affiancata da spiegazioni teoriche e dimostrazioni pratiche. MATERIALI INCLUSI NEL CORSO PER OGNI ALLIEVO N.1 pellicola in bianco e nero (formato 135 o 120) ILFORD HP5 Plus 400 ASA Liquidi di sviluppo e fissaggio per le pellicole e per la carta Carta 24×30 per la stampa dei provini Carta 18x24 per la stampa delle singole immagini Dispense in PDF PROGRAMMA DEL CORSO Meeting su Zoom – 1 ora
Presentazione del corso e degli obiettivi prefissati; Verifica del livello di partenza degli allievi; Lezione #1 – 3 ore
Ripresa fotografica in esterni con pellicola in bianco e nero ILFORD HP5 Plus 400 ASA.
E’ richiesto l’utilizzo di una propria fotocamera analogica. A chi non l’avesse forniremo una reflex analogica di nostra proprietà. Lezione #2 – 4 ore
Lezione introduttiva alla camera oscura, alle tabelle, ai materiali e al processo di sviluppo, con dimostrazione pratica del docente. Sessione di sviluppo dei propri negativi scattati durante la lezione precedente. Asciugatura della pellicola. Lezione #3 – 4 ore
Lezione introduttiva all’utilizzo dell’ingranditore, ai materiali e al processo di stampa, con dimostrazione pratica del docente. Taglio dei negativi sviluppati nella precedente lezione e provinatura. Scelta dei fotogrammi dell’allievo, provino scalare, scelta del contrasto e stampa definitiva con tecniche di bruciatura e mascheratura. Asciugatura delle stampe e conclusione del corso. Totale ore lezioni: 12 ore
Docente: Giorgio Cosulich de Pecine Costo: € 180,00 Le iscrizioni al corso sono sempre aperte, da novembre a maggio. E' possibile cominciare il corso in qualsiasi momento. all'interno del periodo indicato,. Scarica il programma in PDF Il corso si tiene in Via dei Volsci 21, nel quartiere San Lorenzo, a Roma. I giorni e gli orari vengono concordati con l'allievo sulla base della disponibilità reciproca.

Da Gorizia alle Ande, libro fotografico di Paolo Gasparini

Da Gorizia alle Ande, libro fotografico di Paolo Gasparini

Mi è appena arrivato questo bellissimo libro del fotografo Paolo Gasparini edito dallo studio Faganel di Gorizia. Il titolo potrebbe trarre in inganno ma non si tratta “dallo studio Faganel alle Ande” ma proprio dalle origini di Gasparini all’America. Per celebrare questo Andare e Tornare nel libro compaiono 2 foto dall’archivio dell’autore; nella 1° di copertina Alcune di queste immagini già sono apparse nei suo libri, ma in questa pubblicazione, per la prima volta, al centro del suo racconto troviamo il legame con la terra natale, la provenienza del suo sguardo. Oltre l’apprezzamento per le immagini mi interessa di segnalare la fattura della pubblicazione. Un libro curato dallo studio Faganel che con attenzione, ha preferito concentrarsi sulla qualità del prodotto anziché sulla quantità delle immagini da presentare. Ecco che la scelta di usare una carta da 300 gr (Munken Kristall) per le immagini (di solito queste grammature si scelgono per le copertine) conferisce un valore aggiunto e da una consistenza al formato pagina, 24x 30 cm, che fa sfogliare il volume con piacere e che concede al tatto una sensazione di piacere. Un carta così spessa può costare di più delle altre ma questa scelta è stata compensata da una rilegatura, svizzera, che potrebbe sembrare povera ma che oggi è stata accettata e sempre di più usata. Nota per i collezionisti: Poi succede come è stato per il suo libro- Retromundo – ( a cura del famoso design Alvaro Sotillo) che Gasparini arrivò a regalare agli amici poiché non se ne vendevano di copie e di fatto il libro non fu capito, soprattutto qui in Europa. Salvo poi comparire nelle raccolte di libri ed essere celebrato da critici e finalmente trovare la sua collocazione nell’olimpo dei migliori libri fotografici di sempre. Con conseguente rialzo delle quotazioni nel mercato dell’antiquariato e la sua scomparsa dalle librerie, un mercato che insegue il pezzo affermato anziché scommettere sul futuro.

The Photobook Review #20/Fall 2021 - Parte #2

The Photobook Review #20/Fall 2021 - Parte #2

continuo la mia lettura del il giornale The Photobook Review #20/Fall 2021, in una serie di domande poste ad alcuni editori/fotografi/curatori e vi segnalo questi commenti di: Alejandro Cartagena “Dobbiamo celebrare la sfida del libro fotografico all’idea di una fotografia fatta da una persona sola che decide tutto. Il libro dovrebbe essere un oggetto culturale collaborativo. La paternità nel libro fotografico concerne la filosofia creativa del fotografo, dell’editore, del grafico, dello scrittore e dello stampatore. Il libro fotografico dovrebbe essere visto come come un oggetto frutto dell’opera di diverse competenze , come in un film”. Ramon Reverté “Si è creata una comunità totalmente interconnessa intorno al libro fotografico, con intenti propositivi , ma mi sembra che questa comunità stia producendo dei libri sempre più simili tra loro e con poca personalità”. Federica Chiocchetti “Il testo in un libro fotografico può essere un elemento che è parte dell’opera proposta che non deve essere confuso con le introduzioni e postfazioni. Quest’ultimo può essere un elemento accessorio che arricchisce il libro, piuttosto che un testo che combinato con le immagini costituisca l’opera d’arte. Se pensiamo al libro di Henri Fox Talbot -Pencil of nature (1844-46) si capisce che il testo c’è sempre stato; quello che è cambiato è il riconoscimento della sua importanza”. Credo che riflettere su questi commenti ci possa aiutare a capire qualcosa di più dei libri e a formare una propria capacità critica, impariamo a sfogliare i libri, non solo perché ci piacciono, ma con un occhio critico.

Dora Maar, una personalità complessa

Dora Maar, una personalità complessa

Pagine e pagine sono state scritte sulla figura di Dora Maar (Parigi 1907-1997), soprattutto relativamente alla sua burrascosa relazione con Pablo Picasso. Ma la fotografa, nonostante l’ingombrante presenza dell’artista spagnolo, ha saputo emergere e affermare con determinazione la sua complessa e affascinante personalità. Insieme alla famiglia visse tra Parigi e l’Argentina dove il padre, valente architetto di origini croate, ebbe importanti incarichi per la costruzione di edifici monumentali che si impressero nella memoria della giovane Dora costituendo per lei un ricco background di immagini. Dal 1923 al 1926 studiò pittura presso l’École et Ateliers d’Arts Décoratifs di Parigi, passando poi all’École de Photographie de la Ville de Paris ; dal 1930 cominciò a fotografare in autonomia scattando con una Leica ed una Rolleiflex, sue compagne inseparabili fintanto che le durò la passione per quest’arte. La carriera di Dora fu infatti molto breve coprendo circa sei anni, dal 1931 al 1937, anno in cui scelse di dedicarsi alla pittura. Durante gli anni Trenta, nella Ville Lumière ci fu un’ attenzione particolare per la fotografia di strada che suscitò molto interesse nella Maar: con coraggio e determinazione cominciò a rivolgere il suo sguardo principalmente agli ultimi, ai dimenticati e ai disperati: derelitti di vario genere, mendicanti, disoccupati, ragazzi di strada, vagabondi, scrutati con un’attenzione venata di sottile ironia. Per realizzare queste foto scelse un posto ai margini della metropoli, la cosiddetta Zone, una vera e propria baraccopoli dove vivevano persone in condizioni miserevoli, completamente emarginati e dimenticati. Famosissimo è lo scatto in cui immortala un ragazzino con le scarpe spaiate e gli occhi chiusi, emblema del vivere miserevole di questo giovanetto. Lo sguardo assente sarà un motivo ricorrente nelle foto più importanti di Dora, a tradire un’influenza derivata dall’estetica surrealista che tende a prediligere sguardi rivolti all’inconscio e alla propria interiorità più che al mondo esterno. Molto importante per la sua attività di fotografa fu il suo soggiorno, nell’estate del 1933, a Barcellona, in quegli anni meta preferita di tanti artisti e fotografi, come Henri Cartier Bresson, Bill Brandt e Man Ray, per citarne solo alcuni. La città, ricca di suoni odori e colori, affascinava con la sua ‘movida’ e particolare interesse suscitava il grande mercato brulicante di persone e mercanzie. Dora amava girovagare all’interno di quell’ampio spazio e il suo sguardo veniva attratto dalla Boqueria che offriva molteplici spunti soprattutto tra le intraprendenti venditrici e i più disparati avventori. Anche il Parco Güell opera dell’ architetto Gaudì, fornì molti spunti alla fotografa che seppe immortalarne con maestria alcuni degli angoli più suggestivi. A Parigi, Henriette Theodora Markovitch, che amava essere chiamata con il suo pseudonimo di Dora Maar, condividendo il suo atelier con il fotografo ungherese Brassaἵ, si lanciò in un’attività frenetica e realizzò originali nature morte, ritratti, fotografie pubblicitarie e nudi erotici, in nome di una libertà dei costumi in linea con il ‘pensiero libero’ propugnato dai Surrealisti . Nel campo della moda fu attratta da abiti dalle forme eccentriche, accompagnati da ardite fogge di cappelli che amava indossare con estrema nonchalance. Ricordiamo come Picasso la abbia ritratta più volte con i suoi amati copricapi. In linea con i principi dell’estetica surrealista, I suoi lavori prevedevano solarizzazioni, collages, fotomontaggi ispirati al mondo dei sogni, all’arte infantile e al raffinato erotismo pieno di mistero. Tecnicamente poteva vantare una ricca esperienza che le permetteva di ritoccare i negativi e sovrapporre le immagini con gusto e rara sensibilità, alla ricerca di note dal sapore enigmatico. Parallelamente alla sua attività di fotografa, sentì l’esigenza di conoscere a fondo i problemi sociali che affliggevano l’Europa dopo la crisi del ’29: insieme al gruppo degli artisti surrealisti, sotto la guida di George Bataille e André Breton, diviene attivista nella lotta contro il capitalismo, senza mai aderire direttamente al Partito Comunista. (Da sinistra: Ciechi a Versailes / Il ragazzino dalle scarpe spaiate - Foto © Dora Maar) Per concludere questo sintetico ritratto dell’affascinante Dora, non si può non ricordare la travagliata storia d’amore con Picasso, da lei conosciuto a Parigi nel gennaio del 1936, storia che segnò profondamente la sua vita. Famoso è il ritratto da lei eseguito nel 1937, in cui il pittore spagnolo è fotografato con un cranio di mucca davanti al volto, a ricordare la mitica figura del Minotauro. Sempre nello stesso anno la Maar, con grande dedizione, immortalò le varie fasi della creazione di Guernica, il capolavoro di Picasso dedicato agli orrori della guerra civile spagnola del ’36. Il carattere complesso di Dora fu inasprito dall’invasione tedesca, da lutti familiari e soprattutto da una feroce gelosia nei confronti del suo famoso compagno che, dopo una intensa relazione durata circa sette anni, iniziò a tradirla con la giovane pittrice Françoise Gilot. Dora in preda a continue crisi psicotiche fu ricoverata in una clinica per malattie mentali dove venne curata dal famoso psicanalista francese Jacques Lacan. Victoria Combalia ( in“Dora Maar, nonostante Picasso”, Skira 2014) cita una frase illuminante pronunciata da Dora: “…Tutti pensarono che mi sarei suicidata dopo che Picasso mi aveva lasciato, ma non lo feci per non dargli questa soddisfazione…”. Come leggiamo ancora nell’interessante libro di Victoria Combalia, ”…in realtà la Maar era disperata e i successivi cinquant’anni della sua vita, la videro impegnata in una lotta titanica per ritrovare se stessa e dimenticare il rancore nei confronti dell’amante…”. La fotografa scomparse nel 1997, lasciando un prezioso corpus di circa duemilacinquecento fotografie.

The Photobook Review #20/Fall 2021 - Parte #1

The Photobook Review #20/Fall 2021 - Parte #1

Mi è appena arrivato tramite l’amico Giuseppe Cardoni che è stato al Paris Photo, il giornale The Photobook Review #20/Fall 2021, in questo numero ci sono degli interventi molto interessanti da parte di addetti al libro fotografico, vorrei condividere alcune importanti riflessioni: Scrive Clement Chéroux nel suo editoriale e ci parla della sua relazione con i libri fotografici Alcuni anni fa ebbi una folgorazione, tenendo in mano un libro d’artista composto da fotografie. Era così compiuto nella sua opera d'arte, nella sequenza, nella tipografia, nella relazione tra testo e immagini, scelta della carta, e in tutti quei piccoli dettagli che mi colpirono: il libro stesso meritava tanto, se non di più, di un semplice posto nella collezione, quanto le foto che conteneva. Il libro fotografico quale contenitore complesso e coerente, è diventato più interessante del suo solo contenuto fotografico. Ecco la progressione del libro fotografico, il libro diventa l’oggetto e non un semplice contenitore di immagini. Mi sembra che questo sia un punto su cui riflettere.

Francesca Woodman e i suoi autoritratti

Francesca Woodman e i suoi autoritratti

Analizzando i lavori di di Francesca Woodmann notiamo subito la sua propensione a porre sé stessa al centro della sua ricerca con autoritratti intensi che mettono in luce la sua complessa personalità, del resto come Cindy Sherman e altre fotografe nate intorno agli anni ’50 del Novecento, sulla scia della più anziana Claude Cahun. La scelta non è determinata da atteggiamenti sterilmente narcisisti, ma da indagini profonde sul proprio io e sulla propria collocazione nel mondo. Con buona dose di approssimazione si potrebbe dire che questa analisi di sé attraverso il mezzo fotografico, condurrà , alle soglie del Duemila, all’ esplosione dei selfie, realizzati in gran numero, velocemente e con molta superficialità. Francesca Woodmann nacque a Denver in Colorado nel 1958 e morì giovanissima a New York nel 1981. Da un primo sguardo anche veloce dei suoi lavori, si comprende la sua personalità irrequieta, risoluta e determinata nelle scelte, ma dotata di una sensibilità estremamente fragile. La sua formazione artistica, oltre che in rinomate scuole statunitensi , ebbe luogo anche in Italia: in un casolare nei pressi di Antella, frazione del capoluogo toscano, la famiglia Woodmann al completo amava trascorrere lunghi periodi estivi; dalla campagna collinare costellata di ulivi e cipressi e dalla città di Firenze, con i suoi musei e le opere d’arte all’aperto, George e Betty, con i figli Charles e Francesca, traevano ispirazione per i loro lavori. La passione per l’arte, se pur con diverse sfumature, costituiva terreno comune per il padre pittore, la madre ceramista, il figlio videoartista e la figlia fotografa. Betty e Francesca si recavano spesso in visita ai musei, affascinate dai ritratti di antiche dame, da satiri, ninfe e da personaggi mitologici i più strani, ma l’interesse della giovane fotografa si concentrò ben presto sul Museo della Specola con i suoi di reperti di storia naturale, vere “meraviglie”, collezionate con cura e passione dal Granduca Pietro Leopoldo alla fine del Settecento. Francesca con il suo corpo completamente nudo, comincia a dialogare come per gioco con alcuni resti di animali custoditi in teche di vetro: in un ambiente semioscuro, la luce di una finestra semiaperta consente alla fotografa di scattare inquietanti autoritratti in cui, come in una apparizione, la sua radiosa gioventù viene esaltata dal contrasto con le ossa scheletriche. Dopo questa intensa esperienza, il suo corpo diviene sempre più il soggetto esclusivo del suoi lavori: ad un’amica che le aveva chiesto perché avesse scelto l’autoritratto come unico protagonista delle sue foto, rispose in modo ironico: “It’s a matter of convenience, I’m always available”. (E’ per una ragione di convenienza, io sono sempre disponibile!) "Negli anni a venire l’autoritratto sarà la sua forma espressiva privilegiata, ma sempre per sottrazione, sempre qualche pezzo del corpo mancherà all’insieme, come se quel suo sembiante di donna fosse mutilo, impossibilitato a rivelare compiutamente la propria figura al mondo. "Una donna misteriosa, che ama il proprio corpo e insieme lo teme…” ( Elisabetta Rasy, Le indiscrete, Mondadori 2021). L’ambiente scelto da Francesca per i suoi autoscatti è attentamente studiato e non ha la funzione di un semplice sfondo: stanze con pareti scrostate, talvolta nude oppure ornate da vecchi specchi e da carte da parati strappate, mobili rovinati, antiche porte e strani animali impagliati, sembrano interloquire con la giovane artista. Il corpo nudo, che non sovrasta con una presenza ingombrante gli oggetti che la circondano e con i quali intimamente si relaziona, sprigiona un’idea di solitudine e di inquietudine, una sorta di paura ad uscire dalla fase adolescenziale per affrontare la vita da adulta. Sono immagini potenti, intense, fortemente espressive, esaltate da una luce che evoca visioni di sogno. Ma l’artista stenta ad inserirsi nel mondo dell’arte e i riconoscimenti tardano ad arrivare. New York è piena di movimento, ma non è una città accogliente e Francesca si sente sola e isolata. In una lettera inviata ad un’amica, esprime le sue profonde difficoltà: “Ho certi parametri e la mia vita, a questo punto, è come un vecchio fondo di caffè e preferirei morire giovane, lasciando intatti qualche lavoro, qualche opera riuscita, l’amicizia con te e qualcun altro, invece di permettere che tutte queste cose delicate siano confusamente cancellate.” (Elisabetta Rasy, op. cit.). In preda ad una totale disperazione, senza intravedere nessuno che possa aiutarla, il 19 gennaio del 1981, a soli 23 anni non ancora compiuti, si lancia nel vuoto da un grattacielo di Manhattan. Da quella tragica morte, per ironia della sorte, la fama di Francesca prese il volo: “Tutti ora ammirano l’artista che ha inscenato una visione inedita, drammatica e sorprendente del corpo femminile, un’immagine – quasi sempre del proprio corpo – in cui i tormenti dell’anima, le peripezie dell’identità, le metamorfosi degli arti e della pelle emergono da una misteriosa profondità…” (Elisabetta Rasy,op cit.). Nel 2009 a Siena, in Santa Maria della Scala, si è potuta ammirare una bellissima mostra delle sue opere.

Le stagioni della fotografia militante

Le stagioni della fotografia militante

Un progetto dell’Associazione per un Archivio dei Movimenti Si è aperta il 10 settembre a Genova, nel suggestivo spazio Primo Piano di Palazzo Grillo, la mostra “Le stagioni della fotografia militante, 1960-2020”, organizzata dall’Archivio dei movimenti di Genova (www.archiviomovimenti.org) e curata da Paola De Ferrari, Giuliano Galletta, Adriano Silingardi. Progetto grafico e allestimento di Roberto Rossini. L’esposizione, che proseguirà fino al 29 settembre, presenta 160 fotografie di 21 fotografi (più un omaggio a Lisetta Carmi), selezionati fra quelli ordinati e conservati dall’Archivio. Dove Palazzo Grillo, vico alla Chiesa delle Vigne 18r, a Genova. Orario Da mercoledì a domenica dalle 16 alle 20 Sarà esposta una selezione delle fotografie degli autori e autrici dei fondi fotografici presenti in archivio. Perché vi parlo di questa mostra? Beh! Perché è una mostra che include 27 libri della mia collezione di libri di protesta. Sarà questa la pima occasione dove potrò esporre parte del contenuto della mia collezione, riprodotto e stampato su pannelli, attraverso le immagini dei libri. La selezione che presento in questa mostra è un esempio delle potenzialità del mezzo e i volumi selezionati, distanti tra loro migliaia di chilometri, abbracciano un periodo compreso tra gli anni 60 e 80, per un loro possibile dialogo tra design e comunicazione. La mia attività di curatore editoriale mi ha portato negli anni ad acquisire un numero consistrente di libri. Con il tempo mi sono accorto che nella libreria aveva preso forma un vero e proprio archivio di volumi che parlano di proteste in tutto il mondo. Il passo successivo è stato l’avvio della piattaforma web www.protestinphotobook.com (di questo vi parlerò, più avanti, in maniera più ampia in una prossima video-intervista sempre su questo canale). Collezionare libri per me non è solo un mero esercizio di acquisizione ma ha come scopo principale la conoscenza e lo studio delle pubblicazioni, degli autori e dei fatti narrati, ed ecco che l’occasione di poterli mostrare in pubblico rappresenta un importante momento di condivisione e di confronto. Spero che per il pubblico la visione di questi volumi possa rappresentare sia una scoperta che un incentivo a realizzare pubblicazioni di questo genere. Siamo passati dagli anni settanta in cui si utilizzava il libro quale strumento di comunicazione sociale e politica ad oggi dove quasi più nessuno è interessato alla pubblicazione di questo genere di immagini demandandone la diffusione al web e dimenticando che la memoria degli avvenimenti passa attraverso un supporto materiale e fisico, come la carta. I libri di protesta appartengono ad un genere che da sempre ha faticato a trovare un supporto sia da parte di enti governativi che da parte degli editori. Questo è il motivo per cui, spesso, la loro qualità di riproduzione, specialmente nel secolo scorso, è sempre stata scarsa e talvolta insufficiente. Ma se da una parte la scarsa qualità ne ha fatto un oggetto di poco interesse per i collezionisti, dall’altro i temi e gli argomenti affrontati collocano il genere tra i libri di maggior rilievo per comprendere periodi storici e culture nel mondo. Di seguito parte dei libri della mia collezione che troverete in mostra a Genova.

Quello che devi assolutamente sapere prima di lanciare un crowdfunding

Quello che devi assolutamente sapere prima di lanciare un crowdfunding

Consigli e strategie per una raccolta di successo Cosa è un crowdfunding? Come funziona un crowdfunding? Se vuoi saperne di più o acquisire informazioni preziose su come attivare e lanciare un crowdfunding questo articolo ti darà degli spunti molto utili e preziosi per la tua prossima campagna di raccolta fondi. Una delle forme più diffuse per lanciare idee e progetti e raccogliere contributi economici è il cosiddetto crowdfunding, ovvero una raccolta fondi con il contributo di piccole somme di denaro da parte di gruppi numerosi di persone che condividono i valori e gli obiettivi di un determinato progetto o il carattere innovativo di alcune idee. La raccolta fondi viene gestita principalmente tramite web, attraverso piattaforme dedicate e con il supporto dei social media. Si stabilisce un obiettivo economico che servirà per la realizzazione del progetto o di parte di esso. Apparentemente il raggiungimento dell'obiettivo sembra facile, in realtà non lo è affatto e molti progetti, anche se interessanti ed innovativi, non riescono a raggiungere il completamento della cifra stabilita. Occorrono senza dubbio alcuni accorgimenti ed alcune startegie per ottimizzare gli sforzi e raggiungere l'obiettivo stabilito. Che tipo di crowdfunding? Esistono vari tipi di raccolta fondi, che chiamiamo genericamente crowdfunding, a seconda del tipo di obiettivo che si vuole raggiungere, della natura giuridica di chi lo lancia e del tipo di coinvolgimento richiesto ai potenziali donatori. Di seguito esaminiamo quelli principali: Donation Si tratta di una vera e propria donazione a fondo perduto, ovveri i donatori contribuiscono senza ricevere qualcosa in cambio o ricevendo beni sostanzialmente immateriali o intangibili. È il caso, ad esempio, di donazioni a favore di cause umanitarie o di progetti a scopo benefico. Reward Si tratta di una donazione in cambio di un prodotto o un servizio tangibile, proporzionato all'ammontare del contributo dato. È una sorta di prevendita che stabilisce delle ricompense per i donatori, distribuite all'interno di fasce contributive. È il caso, ad esempio, di donazioni a favore di progetti come libri, viaggi, documentari o temi analoghi. Equity I donatori si impegnano ad investire i propri soldi all'interno del capitale proprio di una società in cambio dell'acquisizione di una parte delle quote, a seconda dell'entità del contributo versato. Royalty I donatori si impegnano ad investire il proprio danaro in cambio di una parte dei profitti che verranno generati dal progetto finanziato, in proporzione all'entità del contributo versato, e senza l'acquisizione di quote societarie. Piattaforme di Crowdfunding Esiste una gran varietà di piattaforme specializzate nel crowdfunding, come KissKissBankBank, Kichstarter, DevRev, StarsUp e molte altre. Ognuna ha delle caratteristiche proprie ed un proprio ambito d'intervento. Alcune piattaforme di crowdfunding esigono il raggiugimento completo dell'obiettivo economico (pena la restituzione delle donazioni ai legittimi donatori), altre invece permettono l'incasso materiale dei fondi raccolti a prescindere dal raggiungimento dell'obiettivo. Il raggiungimento vincolato di un obiettivo produce sicuramente più fiducia nei donatori, anche se è più difficile da raggiungere. Al contrario, una raccolta fondi con un obiettivo non vincolato è sicuramente più facile da concludere ma genera timore e perplessità nei donatori che si chiederanno: "Se la raccolta non raggiungerà il suo obiettivo, il progetto potrà ancora essere realizzato? Che ne sarà dei miei soldi?". Il mondo del crowdfunding è veramente vasto e andrebbe perlustrato scientemente con lo scopo di capire quale soluzione si adatta meglio al nostro scopo. L'impresa senza dubbio non è facile, ma posso suggerirvi un portale italiano davvero utile, CrowdFunding, che vi guiderà in modo chiaro nell'universo crowdfunding e che vi darà inoltre una serie di informazioni e link molto utili alla comprensione della normativa fiscale legata alle donazioni e all'acquisizione di denaro. Costruzione della proposta Il presupposto fondamentale per poter lanciare ed avviare un crowdfunding di successo è la costruzione della proposta, ovvero rendere chiaro e completo il nostro progetto o la nostra idea ai potenziali donatori che andremo a coinvolgere. Per prima cosa dobbiamo stabilire quale genere di crowdfunding vogliamo lanciare, che genere di coinvolgimento chiedere ai nostri potenziali donatori e cosa dare loro in cambio. Per far questo possiamo aiutarci con una serie di domande del tipo: Il mio progetto è un prodotto o un servizio? Dal punto di vista fiscale come verrà gestito? Da me stesso? Da una partita iva? Da una società? Cosa ho da offrire ai miei donatori? Che vantaggi ne ricaveranno i miei donatori? Cerchiamo quindi di capire quale piattaforma fa al caso nostro e come configurarci fiscalmente per la raccolta dei fondi. In secondo luogo dobbiamo stilare un budget di spesa il più dettagliato possibile e stabilire il traguardo economico che vogliamo raggiungere. I nostri futuri donatori vorranno sapere come impiegheremo i loro soldi, quindi sarà utile fornire loro un programma di spesa il più chiaro e trasparente possibile, che includa le varie voci, le fasi di spesa ed l'ammontare relativo per ogni voce ed ogni fase. Organizziamo tutto per fasi, dalla prima all'ultima spesa. Poi dobbiamo stabilire le fasce contributive e le relative ricompense per i futuri donatori. Se ad esempio vogliamo lanciare un Reward crowdfunding per la stampa e la pubblicazione di un libro fotografico, potremmo stabilire delle fasce del tipo: € 10-30 / Il nome citato tra i ringraziamenti del libro € 31-40 / Una copia autografata del libro + Il nome citato tra i ringraziamenti del libro € 41-50 / Una copia autografata del libro + 1 immagine stampata 20x30cm autografata + Il nome citato tra i ringraziamenti del libro € 51-100 / Due copie autografate del libro + 1 ora one-to-one con l'autore + Il nome citato tra i ringraziamenti del libro etc... Infine creiamo un sito web, un blog o approfittiamo dello spazio che ci concedono le piattaforme dedicate al crowdfuniding dove inserire quante più informazioni possibili per spiegare e far comprendere in modo chiaro il nostro progetto, i tempi di sviluppo e le finalità, allegando immagini, video, documenti, link e tutto quello che abbiamo per fornire una panoramica esauriente e convincente. Non dimentichiamo di includere il contenuto valoriale del progetto rispondendo ad alcune semplici domande del tipo: Come nasce il progetto? Qual'è il suo contenuto unico? Ha un contenuto innovativo e/o tecnologico? Qual'è la sua finalità? Quali problemi risolve? Quali persone aiuta? Che contributo da alla comunità? Includiamo la nostra storia ed i nostri valori. I donatori saranno più fiduciosi nel donare i loro soldi se sanno chi siamo e in cosa crediamo. Il criterio dei cerchi concentrici Uno degli errori fondamentali che in molti commettiamo quando vogliamo lanciare la nostra raccolta fondi è quello di cominciare a diffondere pubblicamente il link alla pagina del crowdfuning senza dare una gerarchia ai nostri contatti. Anche se a prima vista sembrerebbe la cosa più logica da fare, quella di lanciare pubblicamente, come primo passo, la nostra raccolta fondi, è un errore che potrebbe costarci caro e produrre alcune criticità da non sottovalutare. Il criterio dei cerchi concentrici ci può aiutare ad organizzare il lancio di un nuovo crowdfunding ed ottimizzare i risultati. Innanzi tutto dobbiamo stilare una lista di tutti i nostri contatti ed organizzarli in gerarchie: Cerchio 1: famigliari e amici più stretti Cerchio 2: amici meno stretti e amici degli amici Cerchio 3: conoscenti, media, organi di stampa e tutti gli altri Per prima cosa diffondiamo il nostro crowdfunding soltanto all'interno del cerchio 1, rivolgendoci ai nostri famigliari innanzi tutto. Questi saranno coloro che per primi ci supporteranno incondizionatamente (si spera) e che daranno vita alla nostra raccolta fondi. Poi passiamo agli amici più stretti chiedendo loro di aggiungersi ai contributi già ottenuti dai famigliari. Chiunque al quale chiederemo un contributo economico sarà più disposto ad aiutarci se vedrà che il nostro progetto è già in fase avanzata ed ha già raccolto delle donazioni, al contrario essere i primi a contribuire presuppone uno sforzo di fiducia non indifferente. Ecco perchè è importante partire dal cerchio 1, perchè famigliari e amici stretti non hanno bisogno di essere rassicurati dai fondi che abbiamo già raccolto, credono in noi è ci daranno il loro supporto. Quando passiamo al cerchio 2 abbiamo già una base solida e convincente per chiedere alle persone con le quali abbiamo meno confidenza di supportare il nostro progetto. Questi, entrando nella pagina web dedicata al nostro crowdfunding, saranno più tranquilli vedendo che abbiamo già raccolto una somma iniziale e saranno più disposti ad aggiungere il loro contributo. In questa fase, e non prima, chiediamo ai nostri amici più stretti di coinvolgere anche i loro amici. A questo punto possiamo passare al cerchio 3, contattando conoscenti, blog, altri siti, web associazioni, club, fondazioni, organizzando presentazioni pubbliche del progetto, etc... Solo a questo punto possiamo pubblicare il link sui nostri canali social. Non fatelo prima di aver completato il cerchio 1 e 2. Possiamo anche contattare una serie di organi di stampa che potrebbero essere interessati a rilanciare la nostra idea e a diffondere la nostra raccolta fondi. Se organizziamo gerarchicamente tutti i nostri contatti e ci muoviamo dall'interno verso l'esterno delle aree concentriche otterremo senza dubbio risultati migliori. #crowdfunding #fotografia #progetti #fondi #reward #equity #donation #royalty

I travestimenti di Cindy Sherman

I travestimenti di Cindy Sherman

"Volevo imitare qualcosa che avesse a che fare con la cultura e prendermi gioco della cultura stessa" “Quando andavo a scuola, cominciava a disgustarmi la religiosità o la sacralità dell’arte, volevo creare un qualcosa con cui le persone potessero identificarsi senza dover prima leggere un libro a riguardo. Così che chiunque potesse apprezzarlo, pur non condividendolo appieno; ne avrebbe comunque ricavato qualcosa. Ecco perché volevo imitare qualcosa che avesse a che fare con la cultura e prendermi gioco della cultura stessa…” ( Cindy Sherman in Nairne Sandy, “The State of the Art ideas and Images in the 1980s, London 1987). Durante il decennio Settanta/Ottanta in pieno clima femminista, la Sherman da sempre interessata ad analizzare i fenomeni sociali che la circondavano, ebbe a dire:”… Il mondo dell’arte è pronto per qualcosa di nuovo al di là della pittura… Nessuno si sta occupando della fotografia, prendiamola noi donne come nostro strumento” (A.A.V.V. , “Cindy Sherman”, Postmedia, Milano 2019) Nata nel New Jersey nel 1954, dopo gli studi artistici a Buffalo City, rivolse la sua attenzione alla pittura mostrando particolare interesse per movimenti quali il Surrealismo, la PopArt e l’Arte Concettuale. All’inizio si avvicinò alla fotografia con lo scopo di documentare alcune ricerche in campo sociale, ma ben presto divenne il punto centrale della sua attività artistica. Fin dai primi tempi rivolse l’obiettivo verso se stessa con una serie di autoritratti realizzati grazie ad arditi travestimenti, anticipata in questa passione dalla fotografa francese Claude Cahun (1894/1954). Il corpo reale di Cindy non apparirà mai nella sue foto, sottoposto a continue modifiche per camuffarsi, per invecchiarsi, per assumere aspetti anche sgradevoli, proprio lei che era dotata di un volto interessante e di un corpo di raffinata eleganza. Le maschere, i trucchi e le parrucche l’avevano affascinata già da bambina, quando si divertiva ad assumere le sembianze di persone anziane, ben lontane dalle immagini stereotipate di fatine o principesse che dominavano e continuano adominare la letteratura per l’infanzia al femminile. A New York, dove si era nel frattempo stabilita, dal 1977 al 1980, realizzò “Untitled Film Stills”, una serie di 70 foto in bianco/nero di piccolo formato ( 19 cm. x 24 cm.) : senza dubbio uno dei suoi lavori più importanti, con immagini che si ispirano agli stereotipi femminili tratti dalla cinematografia americana degli anni Cinquanta, con brevi incursioni anche in campo europeo. Cindy è l’assoluta protagonista di questi lavori, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di soggetto che scatta le foto e di oggetto fotografato. Il riferimento al cinema, per lei fonte inesauribile di ispirazione, è ben evidente in tutte le immagini di questa serie che seguono il linguaggio e i canoni estetici delle fiction, senza però alcun riferimento preciso a scene di film o telefilm realmente esistenti. (© Cindy Sherman) Impegnata in un susseguirsi di travestimenti e di trucchi che le conferiscono diverse identità, è abilissima nel creare atmosfere ambigue in cui il reale e il virtuale si sovrappongono. Anche i luoghi in cui realizzare gli scatti sono scelti con cura: le prime foto della serie “Untitled Film stills” hanno come sfondo lo studio dell’artista trasformato da intriganti allestimenti. Cindy è quasi irriconoscibile sotto i suoi trucchi e i suoi travestimenti, ma la sua stanza è un luogo conosciuto, un punto fermo al quale affidare le nuove molteplici identità che scorrono una dietro l’altra in sequenze che alludono al linguaggio cinematografico. Quando il suo studio le diventa stretto, esce all’esterno e sceglie come sfondi per i suoi autoritratti ambienti urbani da lei frequentati quotidianamente; alcune delle sue foto sembrano ispirarsi alla Nouvelle Vague, al Neorealismo, alle atmosfere dei film di Hitchcock , oltre a riprendere atteggiamenti tipici di attrici famose quali ad esempio Brigitte Bardot, Anna Magnani, Sofia Loren, Jeanne Moreau, espressamente citate come inesauribili fonti di ispirazione. Nel suo susseguirsi di scatti imperniati sulla tematica del femminile, non costruisce un vero e proprio racconto anche se ad un primo sguardo la serie di foto potrebbe suggerirci una narrazione: "Ogni singola immagine risulta così compiuta ma incompleta e sospesa, suggerisce ma non spiega e non fa parte della logica consequenziale di un racconto…” (A.A.V.V., Cindy Sherman, Milano 2019 – postfazione di Cristina Casero) E’ inoltre importante notare come la maggior parte delle sue fotografie, che la vedono protagonista per circa trenta anni - con atteggiamenti divertenti, sgradevoli, commoventi, impressionanti a seconda dei trucchi, delle parrucche e dei travestimenti - non abbiano titoli precisi, e ciò per sfuggire alla tentazione di creare immagini troppo descrittive. Dopo la realizzazione e il successo di “Untitled Film Stills”, Cindy continua a lavorare sugli stereotipi del femminile ironizzando sulla visione maschilista della donna sensuale come viene esaltata dai media, portando avanti con coerenza la sua ricerca, sia dal punto di vista stilistico che concettuale. Nel 1980 realizzò la sua prima serie di fotografie a colori dal formato rigorosamente orizzontale in cui ritrarre giovani donne in ambienti privati, colte in pose erotiche e sensuali. Queste immagini “di intonazione pornosoft” sono legate tra di loro da un sottile filo di ironia verso atteggiamenti trasognati e melodrammatici di stampo romantico a cui spesso il genere femminile si abbandona. (A.A.V.V., op. cit.) Nella serie Untitled del 1993 Cindy penetra con i suoi scatti nel mondo effimero della moda, cercando di ridicolizzarne i suoi stereotipi. "Fin dall’inizio avevo qualcosa che non andava, come se tra noi ci fosse attrito: selezionai alcuni vestiti che intendevo usare. Mi spedirono abiti completamente diversi che per me erano noiosi. Iniziai quindi a prendermi gioco di loro; non dei vestiti, ma molto più della moda. Applicai delle cicatrici sul mio volto per diventare davvero brutta…” ( op. cit.) Le modelle scelte dalla Sherman non sono alte e snelle a suggerire un’idea di leggerezza come i dettami della moda e del marketing impongono, ma piuttosto goffe e dalla corporatura pesante; ne escono fuori immagini grottesche evidenziate da luci altamente contrastate e da colori molto accesi: niente dunque di invitante e tranquillizzante, ma al contrario corpi che suscitano ansia e disagio. Negli anni a seguire, Cindy, sempre alla ricerca di nuove identità, continua le sue provocazioni con una serie di immagini in cui si ritrae travestita da clown; in ‘History Portraits/Old Masters’ del 1988-1990, incarna personaggi tratti da famosi dipinti storici, quali ad esempio ‘Il Bacchino malato’ di Caravaggio e ‘La Fornarina’ di Raffaello Sanzio. Recentemente, sbarazzandosi con una buona dose di irriverenza dell’aura sacra che circonda gli artisti con la cosiddetta ‘a maiuscola’ che amano collocarsi su alti piedistalli, Cindy in piena sintonia con lo spirito che anima la nostra società postmoderna, pubblica le sue foto sui social e in particolare sul suo profilo Instagram @cindysherman in modo che possono essere usufruite liberamente sulla rete: molti sono i suoi selfie, tanto per usare una parola di moda oggi, in cui appare deformata in linea con la cifra concettuale e stilistica che ha seguito fin dagli inizi della sua attività di fotografa. Di recente un’ ampia mostra alla Foundation Louis Vuitton di Parigi ha celebrato Cindy Sherman come una vera protagonista dell’arte contemporanea che ha affrontato in modo originale e organico le problematiche legate alla rappresentazione del mondo femminile.