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RFK, Funeral Train, un libro di Paul Fusco

RFK, Funeral Train, un libro di Paul Fusco

Libri fotografici rari e da collezione Umbrage Editions 2000 Dimensioni 18 x 28 cm, pag. 148 Acquistabile su Amazon In questo periodo particolare per la nostra Nazione mi è tornata alla mente la copertina di questo libro, un gesto semplice per ringraziare chi lavora per noi, per la nostra salute. La storia di questo libro è veramente interessante e ci lascia degli insegnamenti che analizzerò nella fase conclusiva del mio intervento. Paul Fusco nel 1968 fu incaricato dalla rivista Look Magazine di documentare il trasporto in treno del feretro di Robert Francis Kennedy dopo il suo assassinio a New York. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Ma le cose non andarono come Fusco si aspettava. Sul treno gli fu vietato di scattare immagini. "Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un'idea subito. Ero pieno d'ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia". Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo. Fusco era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori Kodachrome, scattò quasi duemila fotografie. Noi conosciamo solo quelle 53 foto pubblicate nelle varie edizioni del libro, ma dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento. Tutto scorre attraverso il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l'abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulle sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo. Quando Paul Fusco portò le immagini a Look la rivista non pubblicò nessuna di quelle foto perché la rivista Life l'aveva preceduta pubblicando il servizio fotografico di un altro reporter. Come dichiarò in seguito Paul Fusco: “Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Infine nel 1998 torno afflitto nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: Sono trent'anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato? "Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: "Io lo so, fammi provare" e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate". Poi nel 2000 queste immagini sono raccolte in un volume che viene pubblicato in tutto il mondo. “Chiedo che le foto siano stampate solo sulle pagine di destra perché i lettori non devono muovere la testa, ma restare immobili, girare solo la pagina e veder scorrere le facce come se fossero anche loro dietro il finestrino del treno, accanto al feretro di Bobby". Dopo la pubblicazione del libro in tanti si sono chiesti come sia stato possibile che un lavoro così bello non sia stato preso in considerazione per così tanto tempo. Credo che alla fine del secolo scorso in America i tempi non erano maturi per affrontare questo tema e come dimostrano due libri più famosi, The Americans di Robert Frank e New York di William Klein, che nella prima edizione furono pubblicati in Francia, non sempre la società americana è pronta per parlare di se stessa. Questa storia ci insegna che a volte anche i progetti interessanti non trovano un consenso e ciò avviene per vari motivi; può dipendere dal momento storico in cui si vive, dall’editore a cui si propone il lavoro e spesso alcuni progetti hanno bisogno di tempo per essere capiti. L’importante è credere in quello che si propone e non smettere di portarlo avanti. Collezionare libri vuol dire anche condividere con gli altri le proprie conoscenze. Chi volesse maggiori informazioni sui libri che recensisco può scrivermi a zuccaccia@gmail.com sarò felice di rispondervi e di condividere con voi le mie conoscenze. Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro, tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it #libri #fotografia #collezionismo #editoria #Kennedy #usa

St. LOUIS & the Arch, un libro di Joel Meyerowitz

St. LOUIS & the Arch, un libro di Joel Meyerowitz

Libri fotografici rari e da collezione New York Graphic Society e St. Louis Art Museum, Boston 1980 Dimensioni 24 x 26 cm, pagine 112 Acquistabile su Amazon C’è sicuramente un po’ di Atget nel lavoro di Joel Meyerowitz, sì perché come Atget, Joel girovaga per le strade di St. Louis in America con la sua camera di grande formato (una fotocamera a banco ottico in legno, modello Deardorff che produce un negativo 20 x 25 cm) e tutte le difficoltà di lavorare con una attrezzatura ingombrante con cui si potevano scattare solo poche fotografie al giorno. Era stato chiamato dal St. Louis Art Museum per documentare lo spirito e la bellezza della città e Joel produsse più di 400 negativi, che oggigiorno nell’era del digitale potrebbero sembra poche, ma vi assicuro che lavorando con la citata attrezzatura è un numero sufficiente per completare il lavoro. I due fotografi sono accomunati dallo stesso interesse nel raccontare una città (Parigi per Atget e proprio St.Louis per Meyerowitz) non dal punto di vista estetico ma nella continua ricerca di segnali, luci e ombre, e conoscendo il loro lavoro posso dire che come nessun altro sono riusciti a fondere una raccolta casuale di dettagli disparati in una composizione armoniosa, trasformando una brutta realtà urbana in una bella immagine. Conobbi il lavoro di Meyerowitz prima attraverso il pluri riprodotto libro Cape Light e poi attraverso questo libro che acquistai via internet, direttamente dall' America. La cosa che mi piacque sin da subito in questo libro fu l’uso del colore, (noi eravamo ancora indietro e l’unico fotografo che nei primi anni ottanta sperimentava il colore era Luigi Ghirri) nonché per l’attenzione con cui disponeva gli elementi nell’immagine. La forza di questo lavoro è tutta nella distribuzione della luce che si posa sugli edifici segnando profili e modellando volumi; ma anche nell’organizzazione degli spazi, nell’ineccepibile distribuzione dei pieni e dei vuoti. Tutto ruota attorno l’Arco – The Gateway Arch - elemento caratteristico della città a cui Meyerowitz non si poteva sottrarre e difatti ne rimane attratto per la sua forma essenziale, bella e lineare, un arcobaleno di colori in continuo movimento. Nel suo saggio La bellezza in fotografia, Robert Adams si domanda: “Perché la forma è bella? Perché, penso, ci aiuti ad affrontare la nostra paura peggiore, il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia alcun senso” Collezionare libri vuol dire anche condividere con gli altri le proprie conoscenze. Chi volesse maggiori informazioni sui libri che recensisco può scrivermi a zuccaccia@gmail.com sarò felice di rispondervi e di condividere con voi le mie conoscenze. Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro, tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it #libri #fotografia #collezionismo #editoria #meyerowitz #usa

SENT A LETTER un libro di Dayanita Singh

SENT A LETTER un libro di Dayanita Singh

Libri fotografici rari e da collezione Steidl, Gottinghen 2008 Cofanetto con 7 libretti a leporello Dimensioni libretto 9 x 13,5 cm, pagine 126 Acquistabile su Amazon SENT A LETTER è una forma libro espressa in un modo diverso dal comune, si tratta di un cofanetto rivestito in tela (una tela grezza molto comune in India) che contiene 7 libretti che raccontano 7 storie diverse mostrate in un pieghevole a fisarmonica leporello. In questi libretti non ci sono dei testi. Le uniche indicazione testuali sono riportate sulla loro spina con una scritta che indica una citta dell’India, e all’esterno del cofanetto con questa scritta: Sent a letter to my friend, on the way he dropped it. Someone picked it up and put it in his pocket. In origine i libretti furono confezionati da Dayanita in due copie una da tenere per sé e l’altra da inviare ad un amico a cui era legato il racconto descritto, sicuramente correlato a quella città. Sarà l’intuizione dell’editore Steidl di pubblicarlo in maniera tipografica mantenendo le caratteristiche iniziali, una scelta innovativa precursoria di altre simili pubblicazioni (Museum Bhavan) divenute libri rari da collezione. L’India di Dayanita Singh è un’India lontana dai soliti stereotipi, è un racconto diverso che passa attraverso alcune città come Allahabad  e il museo dedicato a Jawaharlal Nehru o a Calcutta dove lo stesso Gerhard Steidl viene fotografato come uno spaesato visitatore. Parlare dei luoghi dove si è nati è sempre stato complicato per tutti i fotografi ma Dayanita Singh  non ci ha raccontato la sua visione della sua Nazione bensì ha aperto il suo cassetto di ricordi  e li ha mostrati con semplicità. Un solo dei 7 libretti è confezionato con un colore diverso, dal titolo Nony Singh, si tratta di immagini scattate dalla madre di Dayanita, forse immagini non inviate ma ricevute, un cameo che rivela l’origine dell’attitudine a fotografare in casa Singh. Le mie considerazioni su questo libro iniziano dall’esperienza tattile nel toccare il cofanetto e la tela usata; un assemblaggio manuale che lo rende unico e per chi conosce l’India rimanda a quei luoghi unici, materici. La seconda considerazione riguarda la visione dei libretti e delle storie incluse, con delle immagini bellissime e l’interessante idea del racconto filmico data dalla striscia di carta in un impaginato continuo. La cosa che mi ha da sempre legato a questo libro risiede nella capacità di dividere queste esperienze in capitoli, dove ogni storia ha una sua dimensione che richiede un’attenzione particolare. Storie che si possono portare con sé grazie alle sue ridotte dimensioni (9 x 13,5 cm) che possono sembrare minime ma che per noi significano tanto. Collezionare libri vuol dire anche condividere con gli altri le proprie conoscenze. Chi volesse maggiori informazioni sui libri che recensisco può scrivermi a zuccaccia@gmail.com sarò felice di rispondervi e di condividere con voi le mie conoscenze. Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro, tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it #libri #collezionismo #editoria #fotografia #india #Dayanita #Singh

Riparte "Più Libri Più Liberi"

Riparte "Più Libri Più Liberi"

Finalmente dopo due anni riapre a Roma la fiera Più libri Più liberi dedicata al libro e alla piccola editoria, queste le mie impressioni: Grande presenza dell’editoria per ragazzi, un settore che tira e che conferma che il libro, prevalentemente cartaceo, è ancora un oggetto richiesto e acquistato dai ragazzi e dagli adulti, segno che si legge molto nonostante lo smodato uso di apparecchi elettronici. La fila enorme per il firma copie di Zerocalcare può essere moda ma sicuramente di mezzo c’è il piacere di avere un libro di un autore che ha un seguito e la richiesta di una dedica conferma la necessità dell’oggetto fisico dove poter scrivere. Se faccio memoria della produzione e fattura dei libri, nei vari anni, vedo che c’è un crescendo nella qualità degli stessi, non in maniera assoluta, ma sia per il settore letteratura che per quello fotografico ho visto dei libri veramente ben fatti, piacevoli da toccare e belli da vedere. Non vorrei essere scontato quando dico che la qualità paga sempre, ma questo concetto mi torna in mente quando vede dei libri fatti male e con molti errori. In tutti gli stand c’erano dei giovani che spiegavano con passione e dovizia di particolari le caratteristiche e le storie incluse nei libri, una prerogativa dell’attività libraria e punto nodale in contrapposizione agli acquisti online. Nell’angolo dedicato al settore della fotografia ho partecipato ad un talk tenuto da Pino Musi, fotografo e studioso del libro. Musi ha presentato una sua selezione di libri fotografici, che a suo avviso hanno delle caratteristiche importanti e da segnalare, chiacchierata interessante e ben espressa. Come al solito saremo state 10 persone over 40, la solita storia; i giovani non capiscono che queste occasioni vanno colte e che partecipare a queste occasioni di incontro non è mai tempo perso anzi sono elementi formativi. Dopo molte cose belle vorrei dire cosa mi sarebbe piaciuto che ci fosse stato: Parlando di libri ad un pubblico che potenzialmente ne vorrebbe fare uno proprio, non ho visto dei laboratori tecnici dove si poteva parlava della costruzione di un libro oppure parlare di strategie di marketing. I talk vanno bene ma questi appuntamenti servono anche per diffondere delle conoscenze a chi non è del settore. A mio avviso la fiera dovrebbe esaltare quest’aspetto didattico anche per rispondere a chi (le librerie romane) si è opposto alla fiera perché considerata un punto di vendita che sottrae clienti pre-natalizi.

Corso di Camera Oscura / Roma

Corso di Camera Oscura / Roma

Un corso one-to-one rivolto a tutti coloro che vogliono apprendere le tecniche tradizionali di sviluppo e stampa fotografica in bianco e nero. Imparerai concretamente tutte le fasi del processo di sviluppo e di stampa di un negativo in bianco e nero, partendo dalla fase di ripresa fotografica fino all’immagine finale su carta. Le lezioni si svolgeranno sia in esterni (ripresa fotografica in pellicola), sia in camera oscura (sviluppo e stampa della pellicola scattata). La parte pratica sarà affiancata da spiegazioni teoriche e dimostrazioni pratiche. MATERIALI INCLUSI NEL CORSO PER OGNI ALLIEVO N.1 pellicola in bianco e nero (formato 135 o 120) ILFORD HP5 Plus 400 ASA Liquidi di sviluppo e fissaggio per le pellicole e per la carta Carta 24×30 per la stampa dei provini Carta 18x24 per la stampa delle singole immagini Dispense in PDF PROGRAMMA DEL CORSO Meeting su Zoom – 1 ora
Presentazione del corso e degli obiettivi prefissati; Verifica del livello di partenza degli allievi; Lezione #1 – 3 ore
Ripresa fotografica in esterni con pellicola in bianco e nero ILFORD HP5 Plus 400 ASA.
E’ richiesto l’utilizzo di una propria fotocamera analogica. A chi non l’avesse forniremo una reflex analogica di nostra proprietà. Lezione #2 – 4 ore
Lezione introduttiva alla camera oscura, alle tabelle, ai materiali e al processo di sviluppo, con dimostrazione pratica del docente. Sessione di sviluppo dei propri negativi scattati durante la lezione precedente. Asciugatura della pellicola. Lezione #3 – 4 ore
Lezione introduttiva all’utilizzo dell’ingranditore, ai materiali e al processo di stampa, con dimostrazione pratica del docente. Taglio dei negativi sviluppati nella precedente lezione e provinatura. Scelta dei fotogrammi dell’allievo, provino scalare, scelta del contrasto e stampa definitiva con tecniche di bruciatura e mascheratura. Asciugatura delle stampe e conclusione del corso. Totale ore lezioni: 12 ore
Docente: Giorgio Cosulich de Pecine Costo: € 180,00 Le iscrizioni al corso sono sempre aperte, da novembre a maggio. E' possibile cominciare il corso in qualsiasi momento. all'interno del periodo indicato,. Scarica il programma in PDF Il corso si tiene in Via dei Volsci 21, nel quartiere San Lorenzo, a Roma. I giorni e gli orari vengono concordati con l'allievo sulla base della disponibilità reciproca.

Dieci suggerimenti per interagire efficacemente su Instagram

Dieci suggerimenti per interagire efficacemente su Instagram

Come ottimizzare i propri risultati utilizzando pochi semplici accorgimenti. Tutti noi utilizziamo Instagram in modo spontaneo, quasi istintivo, cercando di avere quanta più attenzione possibile dagli altri. Le nostre aspettative vengono messe quotidianamente alla prova, traducendosi in numeri che ci indicano la qualità delle nostre azioni sui social, in termini di condivisione, visibilità, gratificazione, sostegno, rapporti. Nella sostanza il nostro successo social è determinato da alcuni fattori che, tradotti in numeri, esprimono la quantità delle nostre interazioni. Questi fattori sono suddivisi in due capitoli fondamentali: In Bound Numero di like ricevuti Numero di commenti ricevuti Numero dei nuovi followers ottenuti Numero di visualizzazioni globali ottenute Out Bound Numero di like verso gli altri Numero di commenti verso gli altri Numero dei nuovi followers seguiti Numero delle visualizzazioni di contenuti altrui Numero di contenuti pubblicati Qualità degli hashtag utilizzati Costanza e frequenza della produttività La quantità di interazioni in e out bound determina, per l'algoritmo di Instagram, la qualità del comportamento di un utente. Maggiore è la qualità, maggiore è la visibilità sulla piattaforma. Il principio di base si fonda sul presupposto che gli utenti intrattengano rapporti sinceri e duraturi, cercando di ampliare costantemente la propria rete di contatti ed interazioni. Ciò vuol dire che un utente che riceve un commento o un like da un altro utente, per avere un buon ranking qualitativo del proprio comportamento social, dovrebbe ricambiare l'attenzione ricevuta, possibilmente con interazioni personalizzate e mai standard. Ad esempio, rispondere ad un commento semplicemente con "grazie mille" non rappresenta una interazione personalizzata. Viceversa "Cara Valentina, grazie mille per le tue parole molto apprezzate!" rappresenta una interazione personalizzata sulla persona a cui ci rivolgiamo. Interazioni personalizzate generano legami più forti e più duraturi con gli altri utenti. Se teniamo in considerazione le variabili sopra elencate e prendiamo alcuni piccoli accorgimenti, noteremo che il nostro rating complessivo avrà un incremento. Se hai un account professionale o creator, potrai controllare l'andamento dai dati Insight, se invece hai un account normale, potrai notare un incremento di uno o più paramentri di routine (like. commenti, followers, visualizzazioni delle storie). 1. MANTIENI UN PROFILO ORGANICO Se ci fai caso i profili Instagram più seguiti sono quelli che hanno contenuti coerenti e focalizzati su un tema. Ad esempio chi pubblica immagini solo di travel, o food, o street photography, o selfie. Questo genere di profili sono capaci di catturare e mantenere l'attenzione dei visitatori con maggiore efficacia rispetto a quei profili che propongono immagini di argomenti e stili fotografici diversi, saltando da un tema all'altro. Se nella vita si dice che le apparenze ingannano, in Instagram l'apparenza è ciò che conta, ciò che un profilo è capace di mostrare in pochi secondi, agli occhi dei visitatori. Chi accede ad un profilo Instagram di un qualsiasi utente vedrà una griglia di immagini. Scrollando lo schermo si potranno visualizzare altre immagini, ma il tempo medio trascorso su un profilo altrui è di pochi secondi. Il consumo di immagini su Instagram viaggia ad un ritmo molto veloce. La prima impressione è quella determinante, quella che spinge un visitatore a rimanere o ad andar via, e se rimarrà avremo una chance che ci segua. Con la sua griglia di immagini iniziali ogni profilo si gioca la propria reputazione ed il proprio destino. Più è accattivante la prima impressione, maggiore sarà la possibilità di catturare l'audience. Il suggerimento è quello di creare un profilo che abbia un tema di fondo (street photography, viaggi, food, life style, selfie, etc...) e pubblicare soltanto immagini inerenti a quel tema. Se avete già un profilo con un seguito di followers e volete sfruttarlo al meglio, il suggerimento è di eliminare tutte quelle immagini che non hanno nulla a che fare con il tema che vi siete prefissati di seguire. Nel tempo comincerete ad essere seguiti sempre di più perchè il pubblico vi identificherà con il tema o l'argomento che vi caratterizza. 2. CREA IL TUO STILE Ogni secondo vengono pubblicate circa 3600 immagini su Instagram, il che mostra le dimensioni di un fenomeno gigantesco e la quantità di materiale che viene condiviso e disseminato sulla piattaforma senza soluzione di continuità. È molto facile appartenete al grande "villaggio globale". Basta esserci. Ma non è così semplice farsi notare, emergere. Non basta esserci. Occorre sviluppare un'identità propria, forte ed originale, che si discosti dai canoni più popolari, che si distingua dal resto della massa, che sia capace di apportare valore e unicità. Non è affatto semplice, ma necessario. Le immagini che vengono visualizzate in griglia su Instagram hanno una grandezza così ridotta per cui solo quelle più esteticamente accattivanti, quelle che fanno leva sulla suggestione immediata, quelle nelle quali il contenuto è facilmente leggibile hanno la meglio su quelle che, invece, per essere apprezzate vanno cliccate e magari anche un po' ingrandite. Nessuno sembra aver del tempo per soffermarsi sui contenuti, tutti divorano un'immagine dopo l'altra, per cui volenti o nolenti dobbiamo trovare il modo per farci notare. Il suggerimento è quello di sviluppare una propria visione fotografica (soggetto, inquadrature, luce) e una lavorazione/filtratura delle immagini che pian piano diventi ricollegabile al proprio profilo e diventi la propria "cifra". Quando avrai trovato la combinazione giusta di fattori che derminano uno stile che ti piace, insisti su quello, vedi quali risultati ottieni e poi rafforza l'identità del tuo profilo. 3. SELEZIONA IN MODO RIGOROSO I TUOI CONTENUTI Anche il contenuto dell'immagine (ciò che mostra, che racconta) e la sua capacità di mostrarlo sono fondamentali per dare risalto all'immagine e al profilo a cui essa è legata. Anche se apparentemente è la forma che più conta su una piattaforma come Instagram, il contenuto è speso considerato altrettanto importante, a patto che appaia evidente senza necessariamente aprire l'immagine. La maggior parte del pubblico scorre le immagini su Instagram nella modalità griglia, per avere una visione d'insieme e per scorrere i contenuti più rapidamente, soffermandosi solo su ciò che a colpo d'occhio cattura lo sguardo e l'attenzione. Il suggerimento è quello di essere molto severi nella selezione delle immagini che volete pubblicare sul vostro profilo. Il livello qualitativo di ciò che viene pubblicato su Instagram è mediamente alto e ciò alza necessariamente l'asticella della competizione per chiunque, all'interno della piattaforma. Selezionate sempre e solo il meglio della vostra produzione, investite sulla qualità del vostro profilo, anche se la quantità porta risultati più immediati ma meno duraturi. I risultati che otterrete mediante la qualità delle vostre pubblicazioni non saranno così repentini, ma una volta arrivati saranno duraturi e incoraggianti. 4. SII GENEROSO CON GLI ALTRI L'interazione con la community premia sempre. Premia perchè gratifica gli altri utenti, premia perchè attiva meccanismi relazionali più duraturi, premia perchè aumenta il livello di engagement (di interazione con gli altri) e di conseguenza la visibilità globale. In fondo Instagram è stato progettato affinché gli utenti potessero condividere ed interagire tra di loro. Nel mondo dei social networks esiste una figura poco amata che si chiama "leech" (sanguisuga), ovvero colui che condivide i propri contenuti ma non interagisce con gli altri, colui che chiede ma non da mai. Il suggerimento è quello di essere sempre generosi nei commenti, nei like e nell'iterazione generale con gli altri utenti. Rispondere sempre ad ogni domanda, ad ogni messaggio o apprezzamento. Spendere qualche secondo in più per lasciare un commento più personale, indirizzato proprio a quella persona e non a chiunque. Questo genere di atteggiamenti di apertura e attenzione verso gli altri sono il concime fondamentale per la crescita e la fioritura dei contatti e dei rapporti all'interno della big community. 5. SCEGLI L'ORA GIUSTA PER PUBBLICARE Non è sempre l'ora giusta per pubblicare un post ed ottenere il massimo dell'attenzione. Ci sono orari specifici durante i quali la nostra platea di contatti è più presente su Instagram rispetto ad altri momenti della giornata. Come facciamo a sapere qual'è l'ora giusta per pubblicare su Instagram? Si ritiene che l'ora migliore della giornata siano le 18:00, perchè mediamente le persone sono uscite dal lavoro e nel tragitto verso casa rimangono più a lungo sui social, in modo continuativo. In realtà non esiste un orario migliore uguale per tutti, ogni utente, a seconda della provenienza geografica dei propri followers, ha un orario ottimale per il proprio profilo. Ad esempio, un profilo italiano che ha la maggior parte dei followers che provengono dagli Stati Uniti deve fare i conti che le abitudini e gli orari americani, non con quelli italiani. Per verificare quale sia l'orario migliore per il tuo profilo, puoi far riferimento agli Insights (dati statistici) che Instagram mette a disposizione per tutti gli account professionali o creator (quelli sincronizzati con una propria pagina facebook). Se vuoi approfondire l'utilizzo degli Insights e determinare al meglio la tua programmazione dei post, leggi l'articolo dedicato all'argomento. 6. SPALMA I TUI CONTENUTI NEL TEMPO Spesso commettiamo l'errore di giocarci tutte le carte in una sola mano. Trasportati dall'entusiasmo e dalla voglia di condividere i nostri contenuti il prima possibile, non ci rendiamo conto che stiamo bruciando un enorme potenziale in termini di visibilità e presenza sulla piattaforma. Pubblicare tutto e subito vuol dire ridurre la continuità del proprio engagement, vuol dire che i nostri contenuti saranno visibili più massivamente ma per un tempo minore. Se bruciamo subito tutte le nostre energie per uno sprint di visibilità, rischiamo di fermarci dopo poco. Gli sprint vanno bene se abbiamo una grande riserva di immagini da spendere in modo continuativo, ma se non abbiamo tali risorse dobbiamo necessariamente dosare il dispendio di risorse. Il suggerimento è quello di spalmare i propri contenuti nel tempo, attraverso una programmazione che consenta di rimanere visibili e attivi più a lungo. Puoi stabilire di pubblicare uno o due post al giorno, negli orari migliori, cercando di estendere la tua continuità il più possibile nei giorni successivi. Ciò garantisce nel complesso più interazioni da parte di altri utenti ed un aumento del proprio engagement, dal momento che uno degli elementi fondamentali dell'algoritmo di Instagram è proprio la continuità produttiva degli utenti. 7. UTILIZZA HASHTAG EFFICACI Come saprai, in Instagram gli hashtag vengono utilizzati per collocare le proprie immagini all'interno di collezioni tematiche ed esser così facilmente visibili e rintracciabili da altri utenti. A seconda degli hashtag che utilizziamo possiamo renderci più o meno visibili alla community. Instagram consente di utilizzare al massimo 30 hashtag per ogni immagine pubblicata, ma secondo uno studio della società Hootsuite il rendimento ottimale in termini di visibilità si ha con l'utilizzo di soli 9 hashtag sotto ogni immagine. L'algoritmo tende ad associare l'utilizzo di troppi hashtag ad una sorta di spamming in cui l'utente preferisce spammare i propri contenuti anzichè indirizzarli ad una platea più specifica e interessata. Ancora una volta la qualità delle nostre azioni è importante e Instagram sembra preferire la qualità alla quantità. Il suggerimento è di individuare una ventina di hashtag efficaci e di utilizzarli in modo alternato ed integrato. Non usare sempre gli stessi, alterna il loro utilizzo e integrali con una serie di hashtag dedicati in modo specifico al contenuto dell'immagine che vuoi pubblicare. Individua i tuoi competitors (profili simili al tuo) e scopri gli hashtag che utilizzano. Poi controlla quanti post sono rappresentati sotto quegli hashtag. Ricorda, maggiore è il numero di post, maggiore è la popolarità dell'hashtag. Un hastag molto popolare contiene risvolti positivi (frequenza di ricerca, visibilità immediata) ma anche una serie di risvolti negativi (flusso produttivo elevato, visibilità poco duratura). Se vuoi approfondire l'utilizzo mirato degli hashtag leggi l'articolo dedicato all'argomento. 8. CONNETTI I TUOI ACCOUNT IN LOOP Uno strumento che si può rivelare molto utile è l'interconnessione di tutti i nostri account social e web (Instagram, Facebook, Youtube, Whatsapp, sito web, Linked In, Twitter, etc...). Possiamo sfruttare i nostri spazi social e web per indirizzare il nostro pubblico ad approfondire i nostri contenuti e a visitare tutte le nostre piattaforme. Oppure possiamo decidere di indirizzare tutti gli utenti verso una sola direzione, ad esempio verso il nostro profilo Instagram, da qualsiasi posizione essi accedano ai nostri contenuti. Il suggerimento è di inserire all'interno dei tuoi spazi social e web un link che rimandi ad un altro spazio in modo da creare una interconnessione in loop (a cerchio) e linkare così l'uno a l'altro tutti i tuoi spazi. Oppure puoi decidere di linkare tutti i toui spazi in una unica direzione, magari per favorire nuove pubblicazioni o eventi legati alla tua attività, creando una interconnessione a imbuto. Puoi modificare l'assetto dell'interconnessione in ogni momento e finalizzarlo, di volta in volta, ad uno scopo specifico. 9. UTILIZZA EFFICACEMENTE IL TESTO In che modo utlizziamo lo spazio dedicato alla descrizione delle immagini, quando pubblichiamo su Instagram? L'utilizzo dello strumento descrittivo è utilizzato in modo del tutto eterogeneo. Ogni utente decide se utilizzarlo o meno e come utilizzarlo, che genere di testo inserire, solo una descrizione sintetica o qualcosa di più coinvolgente? Lo spazio dedicato alla descrizione dell'immgine, che Instagram ci mette a disposizione, è un ottimo strumento di comunicazione per raccontare chi siamo e cosa facciamo. Possiamo utilizzarlo nei modi più diversi e cercare di catturare l'interesse del nostro pubblico e di potenziali nuovi followers. Se è vero che l'apparenza serve a catturare l'attenzione, è altrettanto vero che i contenuti servono a catturare l'interesse. Il suggerimento è quello di utilizzare il testo in modo efficace a seconda di quello che vogliamo ottenere. Ad esempio, se vogliamo cercare di aumentare i nostri followers in modo mirato, ovvero investire sulla qualità del pubblico che ci segue, raggiungendo solo coloro che sono veramente interessati ai nostri contenuti, possiamo utilizzare un testo di tipo emozionale, che esprima i nostri valori, i nostri dubbi, le nostre riflessioni, i nostri obiettivi. Se invece vogliamo spingere i nostri followers ad interagire con un singolo post (es. aumentare i commenti) possiamo adottare quella che si chiama call-to-action, ovvero porre dei quesiti in modo che i nostri followers siano stimolati a dare una risosta o a compiere un'azione correlata. Ad esempio, se stiamo pubblicando la foto di una tazza di caffè fumante posta su un tavolo, insieme ad un libro e a un paio di occhiali da lettura, potremmo utilizzare un testo del tipo: "Il momento che preferisco della giornata è dopo il lavoro, quando rientro a casa e posso dedicarmi a ciò che amo di più, la lettura. Qual'è il vostro momento migliore e quale la cosa che amate di più?". Il testo spinge il lettore ad interaggire con il quesito, a dire la sua. 10. LA COSTANZA PREMIA Non c'è strumento migliore della costanza per raggiungere i propri obiettivi. Nulla accade subito, ogni obiettivo ha il proprio tempo fisiologico per essere raggiunto ed sono propria la costanza, la dedizione ed il sacrificio che mettiamo nel raggiungimento di un obiettivo che alla fine fanno la differenza. Nessuno di questi suggerimenti si rivelerà utile o produttivo se non applicato con costanza e dispendio di tempo ed energie. Pensiamo di non aver tempo sufficiente in una giornata per far tutto quello che vorremmo, ma spesso non ci accorgiamo che utilizziamo male il nostro tempo, focalizzandoci il più delle volte su obiettivi che ci sembrano primari, ma che in realtà sono secondari. Il suggerimento è quello di programmare su base giornaliera l'impegno che vorrai dedicare a promuovere il tuo profilo su Instagram, in modo da garantire una costanza e una continuità nel tempo e nell'utilizzo della piattaforma. Con la programmazione sarai in grado di trasfomare questi piccoli accorgimenti in abitudini di routine e comincerai ad ottenere i tuoi risultati. Una strategia ha bisogno di essere pianificata ed attuata con rigore, altrimenti non porta alcun risultato importante.

Vivian Maier, a case of wild speculation?

Vivian Maier, a case of wild speculation?

I remember discovering Vivian Maier's existence by seeing the large number of photos that John Maloof, self-styled sole discoverer of the French-born photographer's work, had posted on Flickr in 2009. The feeling in front of images so well constructed that they had emerged from nowhere was that of a strong excitement mixed with astonishment bordering on disbelief. Was it possible that all that material had been in the dark for over 40 years? A strong sense of uneasiness and anguish still takes me today in thinking of the immense number of undeveloped films that have fallen into the hands of those who bought the lot containing, together with them, developed prints and negatives (together with a wide range of personal effects from the photographer). Yes, it disturbs me and I find there is something eerie and pornographic about developing and looking at negatives for the first time that have not been seen and considered by the photographer in life. I can understand and accept the activity of a public institution, which deals with dedicating itself to the rediscovery of a photographer, who is deemed worthy of that great effort that goes through the development-cataloging of unpublished and never seen material, without the missing person has left any indications or opinions of any kind on the matter. When, to do this are private subjects that for the sole fact of having purchased the largely undisclosed archive of a photographer for a few dollars, work on it before ascertaining the existence of possible heirs in life I feel it as a violation of the privacy of a person who no longer has the possibility to prevent this from happening. The question gives me a sense of uneasiness and reminds me of the story of the archaeologists who violated the tombs of the Pharaohs in search of the treasure. Moreover, Curt Matthews, one of his latest employers, released this memo: "He told me that if he hadn't kept his photographs hidden, someone would have stolen or misused them." When it is learned that John Maloof began to develop the films himself without knowing that emulsions thirty and more years old had to be treated considering particular technical measures to obtain good negatives, I am reminded of an inexperienced archaeologist who cuts a hoe. on golden sarcophagi making the unfortunate mummy jump. Over a hundred films have undergone the technical attack of 'underdevelopment', but nothing serious, he tells us, they are only little contrasted ... (From left: Vivian Maier's Film Box / John Maloof's Self-Portrait) Subsequently, having not yet formed an idea on the matter, the vision of the documentary film 'Finding Vivian Maier', produced by Maloof himself, transmitted to me a whole series of information that, as a spectator, passively, I absorbed, assuming the reconstruction was good and honest. the personality of the photographer who was provided. The nanny takes pictures outside the box, without a past, solitary, perhaps misanthropic, the bearer of who knows what mystery dressed out of fashion, bizarre, generically 'strange' according to a yardstick that wants the woman to respond to certain stylistic features and if she doesn't, she can easily be cataloged in these various and colorful ways without attempting a deeper consideration of what the reality was. To date, also thanks to an interesting and informed book by Pamela Bannos "Vivian Maier, Life and Fortune of a Photographer" published in Italy in 2018, I have seen the whole story linked to the discovery of the photographer from New York - Chicago and perhaps it may be interesting to discuss some issues together. To begin: the archive of still undeveloped prints, negatives and rolls of film has been irretrievably lost. The reason? Very simple, chi ha messo le mani sul materiale non aveva la minima idea di cosa stesse maneggiando for a long enough time for the dispersion in a thousand streams to occur. Perhaps such unawareness would also have been of those who have a greater awareness in the photographic field but, to aggravate the situation, the boxes containing Vivian Maier's material went mainly into the hands of people interested in reselling / selling off what they had purchased. People used to emptying the cellars, for which they have all the respect until with their understandable thirst for gain they do not break up assets that should remain intact and not be badly damaged. The same characters then began to pretend to be saviors of a photographic heritage that would have been lost, in some cases acclaimed, for this reason, by the 'intelligentsia' of the world of photography that finds it difficult to call things for what they are, perhaps because they do not he wants to lose the opportunity to exploit the freak phenomenon. The initial interest, especially on the part of John Maloof, the most ravenous of all the major holders of material produced by Vivian Maier, was that of make money by reselling negative singles on Ebay (Do you understand what this means? The gentleman took strips of negatives and cut out individual frames to be auctioned, the highest bidder winning them for figures between 10 and 30 dollars. Fantastic, true, that then this same person has the courage to present himself as a deserving savior of the work of Vivian Maier who instead contributed to damage, damaging all of us who would like that heritage to be intact and in the hands of institutions that take care of it, not to create a myth to be exploited by selling prints, original and otherwise, at astronomical prices but to try the very difficult work of putting together the pieces of a photographer's life and groped to give shape and meaning to her artistic production. An act of love, which leads to a real understanding of Vivian Maier's stature, as a photographer and author, not a company that grinds money. Instead, if we read, for example, the first lines of the presentation given to the exhibition "Vivian Maier - A rediscovered photographer" organized by FORMA (19 November 2015 - 31 January 2016) we can read the story told in this way: "It was 2007 when John Maloof, a real estate agent at the time, bought part of the Maier archive confiscated for non-payment during an auction. He immediately realizes that he has found a precious treasure and from that moment on he will not stop looking for material concerning this mysterious photographer, arriving to archive over 150,000 negatives and 3,000 prints ”. Here is the link: http://www.formafoto.it/vivian-maier-una-fotografa-ritrovata/ The exhibition will be accompanied by a catalog published by Contrasto, in which we can read the Preface by Laura Lippman who wallowing in the stereotype of strangeness as a distinctive and mythical character of the rediscovered photographer, writes: “Who is that bizarre middle-aged lady ever going to be? Who knows. You seem harmless to me. Take pictures that no one will ever see " The myth is served, given to the audience that is waiting for nothing but easy poetry. Moreover, the publisher of the catalog is the same (Contrasto) who publishes the most interesting and problematic book by Pamela Bannos of which I am speaking extensively. They publish everything, without making field distinctions. Just sell it! Regarding the fact that Maloof 'understood immediately' what he had in his hands, I think it is very interesting to reread and reflect on a post he published on 10 October 2009 on a Flickr group: Hardcore Street Photography: https://www.flickr.com/groups/94761711@N00/discuss/72157622552378986/ For those unfamiliar with the English language, I summarize: he says he won 30-40000 negatives of a recently dead photographer at an auction (at the time of purchase Vivian Maier was still alive and the boxes containing her life had been put on the market. auction because he had stopped paying the rent of the boxes in which he kept them) and asked the social media audience: 'What am I doing with all these photos? Will it be good for making a book or exhibitions? How often do you discover something like this? ' Certainly he was beginning to become aware of having something very interesting in his hands from which he could raise a nice nest egg but he certainly hadn't understood much more than this. A precious treasure but only for what concerns the earnings that you can make, not the precious treasure of Atget's photographic plate archive that Berenice Abbott had saved and delivered to Moma for the love of photography by that master she had personally known. This awareness will come later when the dispersion of the material had already paid off, for bad and for good for Maloof: "Overall, between March 2008 and August 2009, about 200 negatives and 265 digital prints made from over a hundred negatives, with gross proceeds of about $ 5,000, had been lost through sales on Maloof's Ebay. Considering the initial investment of $ 380, sales on Ebay had generated excellent profits " (Pamela Bannos, op. cit. pag 120) Always remaining on the subject of "awareness" never in the whole affair has there been the awareness of the fact that, precisely as the work of a disappeared author without leaving indications of any kind, to publish and economically exploit that series of images and it should pose a very strong ethical problem, even before respecting any copyright rights that may be infringed for having possibly used the images without permission for economic exploitation and before our pleasure in being able to observe those photos. I do not want to deal with this, it is a matter for lawyers and it is not my point of interest. (Those interested will find all the references in the book by Pamela Bannos and will be able to form a fairly precise idea of how complex and not entirely defined the situation is over 10 years after the discovery of Vivian Maier's dormant material) Agitating ethical reasons in the face of the immense gains that the exploitation of the exceptional material found has generated can make us smile or it can push us to reconsider the way in which episodes and characters relating to the cultural world are treated, in our case linked to photographic culture and history of photography. An approach that pushes us to try to form in us a critical spirit that resists the construction of myths aimed at creating phenomena that make it difficult to observe and reflect on things for what they are and not for what they should be according to the economic interests of the beholder. only to the one without a sincere human and cultural attitude. Readings on Vivian Maier If you want to deepen the topic here are some of the readings available, just click on the cover to access the book's description.

Julia Margaret Cameron, pioniera per caso

Julia Margaret Cameron, pioniera per caso

“My aspirations are to ennoble Photography and to secure for it the character and uses of High Art by combining the real e ideal e sacrificing nothing of Truth by all possible devotion to poetry and beauty”. ( Julia Margaret Cameron a Sir John Herschel nel 1864 ) La citazione ci illustra come, fin dall’inizio della sua attività, Cameron mostrasse il desiderio di nobilitare la fotografia così da collocarla nel novero della ‘grande arte’. Inoltre definisce con chiarezza quali fossero le coordinate entro le quali si muoveva la sua ricerca in campo fotografico, inseguendo un’ armonia tra il mondo reale e quello ideale: "il vero non deve essere rappresentato con crudezza, ma sempre velato di bellezza e poesia" La sua cifra stilistica si definì ben presto, se si pensa che Julia Margaret aveva cominciato a fotografare nel 1863 all’età di quarantotto anni, quando sua figlia le fece dono della prima fotocamera in legno appoggiata su un ingombrante treppiede, con l’idea di stimolarla ad una attività divertente per movimentare le grigie giornate nella sua dimora inglese. Galvanizzata da questa novità, la Cameron si dedicò con energia e ambizione a fotografare, allestendo il suo studio nel pollaio del giardino e destinando l’angolo della carbonaia alla camera oscura. Le origini J.M. Cameron, figlia di un ufficiale britannico di stanza in India, era nata nel 1815 a Calcutta, ma compì i suoi studi in Francia e in Inghilterra, come si conveniva alla prole delle famiglie altolocate del tempo. Ricongiuntasi alla famiglia, nel 1838 si sposò con Charles Hay Cameron, uomo di legge e proprietario di piantagioni di caffè nell’isola di Ceylon ( oggi Sri Lanka ), con il quale ebbe sei figli. Trasferitasi in Gran Bretagna, al 1865 risale la sua prima esposizione presso il South Kensington Museum di Londra - attualmente Victoria and Albert Museum – diretto da Henry Cole, più volte ritratto da Julia, il quale sosteneva l’importanza della fotografia elevandola al rango delle arti cosiddette‘ maggiori’. Il museo acquistò in modo sistematico i lavori della Cameron, alla quale fu concesso anche l’onore di utilizzare due stanze per allestirvi il suo studio fotografico, prima artista ad avere la residenza all’interno di tale importante istituzione. Esperta di tecniche di stampa che all’epoca implicavano l’uso di molteplici sostanze nocive, amava realizzare ritratti di figure maschili, ma soprattutto femminili, scegliendo i modelli tra i suoi familiari, i parenti, gli amici e i domestici; anche le foto di bambini e fanciulle divennero una parte consistente del suo lavoro. Oltre agli innumerevoli ritratti prediligeva addobbare i suoi personaggi con costumi storici così da realizzare scene allegoriche di stampo simbolista in cui le figure femminili risaltano per la loro struggente malinconia. Fu anche una solerte frequentatrice della magnifica residenza londinese di una delle sue sorelle che amava ospitare nel suo salotto, artisti, letterati e intellettuali dell’epoca, tra i quali la fotografa ebbe modo di incontrare molti rappresentanti della corrente preraffaellita, oltre a personalità del calibro di Darwin, John Ruskin, William Hunt, William Thackeray e William Michael Rossetti, fratello di Dante Gabriele Rossetti che fu uno dei massimi artisti di quella pittura che si ispirava ai ‘primitivi’ e agli autori quattrocenteschi precedenti a Raffaello Sanzio. Di tali personaggi Julia Margaret eseguì splendidi ritratti, a tutt’oggi ancora molto ammirati. (Elena di Troia (dx) e Proserpina (dx) di Dante Gabriele Rossetti) Donna irrequieta, stravagante e di grande carisma, influenzata dall’estetica preraffaellita, le sue composizioni teatrali presupponevano sofisticati allestimenti spesso dominati da fiori e piante, a creare uno sfondo per ninfe, dee, personaggi mitologici o del mondo letterario secondo un gusto decisamente ‘pittorialista’. Le figure femminili fortemente sensuali ed estetizzanti, trasognate e pensose, prescelte per i suoi ‘quadri viventi’, ebbero molti apprezzamenti dai contemporanei, ma anche critiche riguardo alla tecnica da lei usata, come le luci fortemente contrastate e i primi piani leggermente ‘fuori fuoco’. Ma quelle immagini leggermente mosse velano di poesia i suoi personaggi, creando vibrazioni e facendo volare in alto l’immaginazione.. Gli ultimi anni della sua vita furono da lei trascorsi nell’isola di Ceylon, dove morì nel 1879. Sugli ultimi istanti della sua vita, Virginia Woolf, sua pronipote, scrisse: “….distesa davanti ad un’enorme finestra aperta, Mrs. Cameron vide le stelle che brillavano nel cielo, sussurrò un’unica parola, Bellissimo, e spirò”

Claude Cahun, la fotografia come specchio di sé

Claude Cahun, la fotografia come specchio di sé

Una vita tormentata alla ricerca di una nuova identità Lucy Schwob nacque a Nantes il 25 ottobre 1894 in una famiglia di intellettuali alto borghesi su cui si imponeva prepotentemente la figura paterna severa e intransigente; la madre, in perenne crisi depressiva, veniva considerata un’onta da nascondere per non infangare il buon nome della casa. La giovane Lucy percepisce ed interiorizza un clima di perpetuo disagio che la conduce a frequenti digiuni, alle soglie dell’anoressia. Comprende ben presto che per sopravvivere e spezzare la gabbia creata dal suo ambiente familiare è indispensabile trovare una via di fuga che la faccia uscire dal suo io travagliato, dalle ansie, dalle paure e dal senso di inadeguatezza soprattutto verso il padre che vorrebbe imporle la sua egemonia culturale, non rispettando la sua passione per la scrittura e la fotografia. Il ricordo del volto disfatto e sconvolto dell’amata madre distrutta dai suoi fantasmi la accompagnerà e sarà motivo di pena per tutta la sua vita. A Lucy non rimaneva altro che fuggire da se stessa, cercando un’altra identità a cavallo tra l’angelico e il demoniaco, il maschile e femminile. Per affermare il suo genere ‘neutro’ sceglie uno pseudonimo, Claude Cahun: il cognome viene ripreso da quello dell’amata nonna paterna che cercò di sostituire la figura materna perennemente in crisi, mentre il nome Claude nella lingua francese può avere una valenza sia maschile che femminile come la sua ambigua personalità. (da sinistra: Autoritratto, 1928, Jersey HeritageCollections / Autoritratto con maschera) La necessità di uscire da sé stessa attraverso arditi travestimenti che le permettono di mostrarsi davanti all’obiettivo in forme sempre diverse, assume nel suo percorso un ruolo di primaria importanza: per imporsi al mondo con una nuova identità si rasa i capelli, si veste in modo eccentrico in modo da poter nascondere ogni elemento che possa tradire la sua femminilità. In una lettera all’ amico scrittore Jean Legrand, leggiamo: ” Le persone che mi hanno amato hanno creduto per errore di poter coltivare una docile pianticella per il loro giardino…a cominciare da mio padre..Loro vedono con disgusto la mia libertà.” Nel suo percorso di donna e di artista ha avuto un ruolo fondamentale il sodalizio affettivo e artistico con una sua amica di infanzia, Suzanne Malherbe, alias Marcel Moore, secondo lo pseudonimo da lei scelto: le due donne condivideranno la loro vita fino alla morte precoce di Claude nel 1954 che lasciò nella compagna uno stato di tristezza e dolore mai superati che la condurranno al suicidio. Accanto a Suzanne, scenografa e pittrice di valore, sua musa e collaboratrice assidua, la Cahun riesce a realizzarsi attraverso la fotografia, la scrittura e la recitazione, validi antidoti ai suoi travagli interiori e alla sua complessa personalità. All’inizio la loro relazione fu assai difficile, complicata da chiacchiericci e malignità da parte di borghesi benpensanti, ma un evento inaspettato la rafforzò: nel 1917 il padre di Claude si unì in matrimonio con la madre di Marcel divenuta vedova, così che le due donne diventarono sorelle oltreché amanti. Condivideranno moltissime passioni, non ultime quella per il teatro e per l’attività giornalistica; insieme parteciparono anche alla Resistenza francese durante l’occupazione tedesca dell’isola normanna di Jersey, dove si erano trasferite nel 1938 nella splendida abitazione di La Rocquaise, distribuendo biglietti e manifesti inneggianti alla ribellione delle truppe, firmati in modo enigmatico “soldato senza nome”. Catturate e condannate a morte, trascorsero dieci mesi in prigionia prima della sconfitta e della resa tedesca. Molte fotografie e illustrazioni furono sequestrate alle due artiste dai nazisti; un ufficiale addetto alla perquisizione della casa, scrisse nel suo resoconto: “(...) la ricerca porta alla luce orribili dipinti cubisti, materiale pornografico di natura rivoltante: una donna con la testa rasata, dapprima fotografata nuda e poi in abiti maschili….entrambe le donne praticano perversioni sessuali, esibizionismo e flagellazione.” (Silvia Mazzucchelli, Oltre lo specchio, 2013) Prima del trasferimento nell’isola di Jersey, le due compagne soggiornarono a Parigi per diciotto anni ricchi di interessanti contatti e frequentazioni nell’ambito dell’arte, del teatro e della danza. Claude fu colpita dalla figura carismatica di André Breton e dagli artisti della cerchia surrealista; a Breton rimase sempre legata tanto che, nel 1954 prima di morire, gli inviò un biglietto di commiato al quale era allegata una fotografia in cui appaiono diverse mani intrecciate tra di loro, in segno di eterna amicizia. Sempre a Parigi collaborò con la rivista Inversions e fondò con Georges Bataille e André Breton il gruppo di teoria rivoluzionaria Contre-Attaque. Intorno ai Surrealisti gravitavano anche molte artiste impegnate sul fronte della libertà femminile e dell’emancipazione da canoni e tradizioni stereotipate che le volevano soggiogate al genere maschile, bloccate nel loro ruolo di donne prive di libertà sia nella sfera privata che nelle attività artistiche: con molte di loro Claude instaurò legami di profonda amicizia. Nei suoi autoritratti che costituiscono la parte prevalente della sua attività fotografica, la Cahun amò rappresentarsi nascondendo la sua vera identità sotto vari travestimenti facenti spesso riferimento al mondo maschile. La sua figura androgina caratterizzata dalla testa completamente rasata, come appare in una foto del 1928 in cui si autoritrae di profilo seduta a terra con le gambe incrociate, contiene un chiaro rimando alla figura del padre anch’esso dotato di un naso a “bec de mouette” ( becco di gabbiano). Contemporaneamente potrebbe suggerire una citazione da Baudelaire – ‘la tonsure verte’ – oppure dalle filosofie e dottrine orientali che affascinavano l’artista. La costante indagine della propria identità oltre i confini di genere, sarà il tratto distintivo della sua ricerca: Claude non smetterà mai di fotografarsi con i suoi travestimenti e le sue maschere, anche quando, in compagnia della compagna Suzanne Malherbe lascerà la capitale francese per ritirarsi sull’Isola di Jersey nel canale della Manica a nord della Normandia. (da sinistra: Suzanne Malherbe (Marcel Moore) / Autoritratto 1929, Nantes, Musée d’arts / Autoritratto, 1928, Jersey Heritage Collections) Artista dai molti talenti fu anche attrice di teatro e scrittrice; della sua attività letteraria ricordiamo il testo Aveux non Avenus (1930), intreccio autobiografico di pensieri, disegni e immagini fotografiche e Les paris sont ouverts (1934),in cui auspicava che l’arte diventasse uno strumento per sentirsi liberi e per cambiare la società. Il lavoro di Marcel Moore e di Claude Cahun rimase a lungo relegato alla sfera privata, mentre, a partire dagli anni Ottanta, grazie al risveglio degli studi sul periodo surrealista e soprattutto sulle artiste di tale movimento, venne rivalutato e fatto conoscere attraverso l’allestimento di importanti mostre che misero l’accento, oltre che alla sua opera di scrittrice e fotografa, anche sulla sua vita complessa, condotta con coraggio contro le convenzioni e gli stereotipi della sua epoca. Letture consigliate su Claude Cahum Questi sono alcuni tra i libri più apprezzati e con le migliori recensioni su Claude Cahum. Ti basta cliccare sulla cover per accedere ai dettagli o acquistare il libro.

Dora Maar, una personalità complessa

Dora Maar, una personalità complessa

Pagine e pagine sono state scritte sulla figura di Dora Maar (Parigi 1907-1997), soprattutto relativamente alla sua burrascosa relazione con Pablo Picasso. Ma la fotografa, nonostante l’ingombrante presenza dell’artista spagnolo, ha saputo emergere e affermare con determinazione la sua complessa e affascinante personalità. Insieme alla famiglia visse tra Parigi e l’Argentina dove il padre, valente architetto di origini croate, ebbe importanti incarichi per la costruzione di edifici monumentali che si impressero nella memoria della giovane Dora costituendo per lei un ricco background di immagini. Dal 1923 al 1926 studiò pittura presso l’École et Ateliers d’Arts Décoratifs di Parigi, passando poi all’École de Photographie de la Ville de Paris ; dal 1930 cominciò a fotografare in autonomia scattando con una Leica ed una Rolleiflex, sue compagne inseparabili fintanto che le durò la passione per quest’arte. La carriera di Dora fu infatti molto breve coprendo circa sei anni, dal 1931 al 1937, anno in cui scelse di dedicarsi alla pittura. Durante gli anni Trenta, nella Ville Lumière ci fu un’ attenzione particolare per la fotografia di strada che suscitò molto interesse nella Maar: con coraggio e determinazione cominciò a rivolgere il suo sguardo principalmente agli ultimi, ai dimenticati e ai disperati: derelitti di vario genere, mendicanti, disoccupati, ragazzi di strada, vagabondi, scrutati con un’attenzione venata di sottile ironia. Per realizzare queste foto scelse un posto ai margini della metropoli, la cosiddetta Zone, una vera e propria baraccopoli dove vivevano persone in condizioni miserevoli, completamente emarginati e dimenticati. Famosissimo è lo scatto in cui immortala un ragazzino con le scarpe spaiate e gli occhi chiusi, emblema del vivere miserevole di questo giovanetto. Lo sguardo assente sarà un motivo ricorrente nelle foto più importanti di Dora, a tradire un’influenza derivata dall’estetica surrealista che tende a prediligere sguardi rivolti all’inconscio e alla propria interiorità più che al mondo esterno. Molto importante per la sua attività di fotografa fu il suo soggiorno, nell’estate del 1933, a Barcellona, in quegli anni meta preferita di tanti artisti e fotografi, come Henri Cartier Bresson, Bill Brandt e Man Ray, per citarne solo alcuni. La città, ricca di suoni odori e colori, affascinava con la sua ‘movida’ e particolare interesse suscitava il grande mercato brulicante di persone e mercanzie. Dora amava girovagare all’interno di quell’ampio spazio e il suo sguardo veniva attratto dalla Boqueria che offriva molteplici spunti soprattutto tra le intraprendenti venditrici e i più disparati avventori. Anche il Parco Güell opera dell’ architetto Gaudì, fornì molti spunti alla fotografa che seppe immortalarne con maestria alcuni degli angoli più suggestivi. A Parigi, Henriette Theodora Markovitch, che amava essere chiamata con il suo pseudonimo di Dora Maar, condividendo il suo atelier con il fotografo ungherese Brassaἵ, si lanciò in un’attività frenetica e realizzò originali nature morte, ritratti, fotografie pubblicitarie e nudi erotici, in nome di una libertà dei costumi in linea con il ‘pensiero libero’ propugnato dai Surrealisti . Nel campo della moda fu attratta da abiti dalle forme eccentriche, accompagnati da ardite fogge di cappelli che amava indossare con estrema nonchalance. Ricordiamo come Picasso la abbia ritratta più volte con i suoi amati copricapi. In linea con i principi dell’estetica surrealista, I suoi lavori prevedevano solarizzazioni, collages, fotomontaggi ispirati al mondo dei sogni, all’arte infantile e al raffinato erotismo pieno di mistero. Tecnicamente poteva vantare una ricca esperienza che le permetteva di ritoccare i negativi e sovrapporre le immagini con gusto e rara sensibilità, alla ricerca di note dal sapore enigmatico. Parallelamente alla sua attività di fotografa, sentì l’esigenza di conoscere a fondo i problemi sociali che affliggevano l’Europa dopo la crisi del ’29: insieme al gruppo degli artisti surrealisti, sotto la guida di George Bataille e André Breton, diviene attivista nella lotta contro il capitalismo, senza mai aderire direttamente al Partito Comunista. (Da sinistra: Ciechi a Versailes / Il ragazzino dalle scarpe spaiate - Foto © Dora Maar) Per concludere questo sintetico ritratto dell’affascinante Dora, non si può non ricordare la travagliata storia d’amore con Picasso, da lei conosciuto a Parigi nel gennaio del 1936, storia che segnò profondamente la sua vita. Famoso è il ritratto da lei eseguito nel 1937, in cui il pittore spagnolo è fotografato con un cranio di mucca davanti al volto, a ricordare la mitica figura del Minotauro. Sempre nello stesso anno la Maar, con grande dedizione, immortalò le varie fasi della creazione di Guernica, il capolavoro di Picasso dedicato agli orrori della guerra civile spagnola del ’36. Il carattere complesso di Dora fu inasprito dall’invasione tedesca, da lutti familiari e soprattutto da una feroce gelosia nei confronti del suo famoso compagno che, dopo una intensa relazione durata circa sette anni, iniziò a tradirla con la giovane pittrice Françoise Gilot. Dora in preda a continue crisi psicotiche fu ricoverata in una clinica per malattie mentali dove venne curata dal famoso psicanalista francese Jacques Lacan. Victoria Combalia ( in“Dora Maar, nonostante Picasso”, Skira 2014) cita una frase illuminante pronunciata da Dora: “…Tutti pensarono che mi sarei suicidata dopo che Picasso mi aveva lasciato, ma non lo feci per non dargli questa soddisfazione…”. Come leggiamo ancora nell’interessante libro di Victoria Combalia, ”…in realtà la Maar era disperata e i successivi cinquant’anni della sua vita, la videro impegnata in una lotta titanica per ritrovare se stessa e dimenticare il rancore nei confronti dell’amante…”. La fotografa scomparse nel 1997, lasciando un prezioso corpus di circa duemilacinquecento fotografie.

Germaine Krull, la fotografa più anticonformista e cosmopolita del Novecento

Germaine Krull, la fotografa più anticonformista e cosmopolita del Novecento

Nata nel 1897 a Wild, un piccolo paese vicino alla frontiera tra Polonia e Germania, svolse i suoi studi a Monaco e iniziò ben presto la sua attività di fotografa a Berlino; ma ad attrarla fu la Francia che divenne sua patria di adozione. Germaine, negli ultimi anni dell’ esistenza, scrisse un’autobiografia completa con un titolo estremamente significativo: “ La vita conduce la danza”, opera di fondamentale importanza per mettere a fuoco la sua poliedrica personalità ed illuminarci sui lavori fotografici. Animata da un’energia e da una forza inesauribili, seppe tradurre in immagini la sua sete di vita e movimento: a chi metteva in discussione le inquadrature azzardate e gli scatti ottenuti con la macchina non sempre in asse, con soggetti che spesso fuoriescono dai margini delle foto, la Krull rispondeva con arguzia e ironia che “ogni angolatura nuova moltiplica il mondo”. Amava molto anche le doppie esposizioni per creare effetti di mosso o sfocati, ampiamente criticati dai suoi contemporanei. Fu molto attiva nel campo della pubblicità e dei reportages per lo più realizzati scorrazzando per le strade francesi a bordo della sua Peugeot ricevuta in dono dalla casa automobilistica in cambio di un accurato servizio in occasione del lancio di una nuova vettura. A questo proposito scrive: “…Quando ero stanca salivo in macchina e un’ora di guida per le vie di Parigi, mi risistemava; anche viaggiare in campagna mi piaceva molto…”. Germaine scattò foto pubblicitarie anche per la Citroen e per la casa discografica Columbia e per altri marchi famosi della sua epoca: “…la mia prima foto pubblicitaria la feci per un giovane venditore di camicie alla moda. Ebbe un gran successo: vi compariva una graziosa camicia di seta rosa con a fianco un barattolo di olio per automobili…Quella foto mi portò dei clienti che volevano cose nuove…”. La fama della fotografa come artista d'avanguardia deriva in gran parte dal suo innovativo portfolio "Métal" (1928) contenente 64 immagini scattate tra Parigi, Marsiglia e l’Olanda: le prospettive azzardate e i tagli estremamente dinamici inquadrano costruzioni in ferro come gru, ponti, macchine, colti attraverso dettagli intriganti; la Tour Eiffel, ripresa in una splendida sequenza di immagini in bianconero molto contrastato, viene celebrata dagli scatti della Krull come l’emblema della civiltà del ferro e dunque della rivoluzione industriale. Da alcuni critici questi lavori sono stati paragonati alle opere di László Moholy-Nagy e Alexander Rodchenko. Germaine non mancò di cimentarsi anche con i ritratti di personaggi famosi dell’epoca: per la rivista “Vu” immortalò Cocteau, Malraux, Colette, Gide e Sonia Delaunay per la quale nutrì una profonda amicizia. Mentre suo marito Joris Ivens e l’amico di una vita Eli Lotar, la consigliavano di occuparsi anche di cinema, nella sua autobiografia la fotografa scriveva: “…a me sembrava che nel cinema non fosse possibile esprimere la creatività personale, essendo fatto di troppe componenti: non c’è il solo lavoro della cinepresa, ci sono l’operatore, gli attori…La foto, invece, è qualcosa che ho fatto solo io.” Ribelle anticonformista e fiera sostenitrice dell’emancipazione femminile, si impegnò anche in politica: all’età di venti anni aderì al Partito Comunista Tedesco e dovette subire anche l’esperienza della prigionia. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si unì al fronte di Liberazione Francese e dopo la fine del tragico conflitto sentì il bisogno di partire per una serie di viaggi in Africa Equatoriale, in Brasile e in Algeria fino a trasferirsi in India dove si convertì al buddismo e realizzò il bellissimo libro “Tibetans in India”. Purtroppo la guerra distrusse quasi completamente il suo archivio; a testimonianza del suo lavoro, rimangono gli scatti conservati in collezioni private francesi e tedesche. La fotografa più anticonformista e cosmopolita del Novecento morì in Germania nel 1985. Tre anni dopo ad Arles le fu dedicata un’ampia e interessante mostra. (Il volume “La vita conduce alla danza” che racchiude le memorie di Germaine Krull è stato pubblicato a Firenze dall’editore Giunti nel 1992. Clicca sull'immagine qui sotto per visionare ed acquistare il libro in italiano.

5 Consigli fondamentali per pubblicare un libro in Self Publishing

5 Consigli fondamentali per pubblicare un libro in Self Publishing

Indicazioni utili per creare e pubblicare il proprio libro in modo originale ed accattivante. Credo che sia nelle aspettative di ogni fotografo di realizzare una propria pubblicazione che raccolga le sue immagini, tuttavia non dobbiamo dimenticare che un conto è postare uno scatto su facebook dove gli amici ti dicono che gli è piaciuto ed altro è mettere insieme un gruppo di immagini e voler raccontare qualcosa. Ecco abbiamo introdotto una parola importante- racconto- e allora se vogliamo raccontare per immagini dobbiamo seguire la logica che gli appartiene. Seguendo l’impostazione classica della letteratura i libri hanno un andamento del racconto con un inizio, un corpo centrale ed una fine, si capisce bene dove siamo e con chi. Possiamo anche stravolgere lo spazio temporale del racconto ma dobbiamo capire come si svolge. Self publishing implica una produzione autonoma e indipendente per realizzare un prodotto, se si sceglie questa strada si devono avere delle competenze che, nel caso di un libro, sono svolte da un editore, ma che nel nostro caso dovremo imparare ad avere. Per crescere in questo settore si deve ascoltare, provare e affidarsi ad esperti che ci possono guidare. Il voler realizzare in self publishing un libro fotografico può essere un percorso alternativo e affascinante che ci può insegnare molto, anche sbagliando. Partire dal basso con una piccola opera ci può servire per capire le dinamiche dell’editoria, con i suoi limiti e i suoi pregi, appagando le nostre velleità senza troppo impegno e permettendoci di esporre il nostro racconto al confronto con il pubblico. La nostra pubblicazione ci metterà di fronte a delle scelte che ci permetteranno di crescere e ci faranno trovare più preparati nelle successive sfide, inoltre la scelta di pubblicare in self publishing non va considerata come un ripiego rispetto ad un editore, bensì come una alternativa creativa e flessibile che ci consentirà di esprimerci meglio e di non investire grandi quantità di denaro. Alcuni spunti di riflessione che vi aiuteranno a realizzare il vostro prodotto o libro in modo creativo, originale ed accattivante: 1. FORZA DEL RACCONTO Questo è il punto di partenza, se il racconto non ha una sua validità tutto il resto è estetica, perfino le immagini perdono di valore. Per rafforzare le proprie convinzioni consiglio di provare a scrivere cosa si vuole raccontare per immagini, questo ci aiuterà a presentare meglio il progetto e a scegliere la giusta sequenza delle immagini. Inoltre può essere utile confrontarsi con una persona esterna al progetto, così vi suggerisco di fare un test, con una bozza di lavoro cartacea anche con fogli incollati, da mostrare prima di andare in stampa e questo può evitare degli errori irreversibili. 2. QUALITA' DELLA STAMPA e CURA DEI PARTICOLARI Dedicate molte energie alla ricerca della giusta qualità di stampa, fate attenzione che tutto sia perfetto, la cura dei particolari fa la differenza. Così come fanno gli editori cercate la tipografia che stampa meglio e chiedete di vedere la carta che hanno a disposizione, ne esistono di vari tipi, consiglio di non fermarsi alla solita patinata. troverete sicuramente una migliore che fa al caso vostro. La carta va toccata così potrete capire se è adatta al vostro progetto per esempio una carta ruvida si addice meglio per parlare di pietre e natura. 3. QUALSIASI PARTE DEL LIBRO DEVE ESSERE COERENTE CON IL RACCONTO Ogni elemento che andremo ad inserire nel libro, titolo, copertina, testo, font, formato e qualsiasi altro inserto deve essere appropriato al racconto. Cosa intendo per appropriato: se vogliamo raccontare una storia del passato la riproduzione di un documento cartaceo, da inserire nell’impaginato con una carta uso mano, può essere utile per entrare in quel periodo storico, ma se usiamo una copertina plastificata per un racconto ecologico questa potrebbe provocare, al tatto, una reazione sgradevole. 4. SPERIMENTARE SEMPRE Quasi un dogma – essere curiosi -, mai fermarsi alla prima idea, sperimentare e variare. Ho imparato che provare ad uscire dai schemi porta sempre delle nuove idee, quindi lasciatevi guidare dalla creatività, si può prendere spunto dal web o dai tanti libri di grafica e design. Se non avete dei libri a disposizione le biblioteche comunali sono delle fonti importanti, frequentatele. Poiché una pubblicazione ha diverse forme vi suggerisco come alternativa ai classici formati di sperimentare un libretto a fisarmonica (leporello) o un tabloid tipo giornale, per quest’ultimo ci sono delle tipografie specializzate. 5. ELABORARE UNA STRATEGIA DI MARKETING Pensare a come questo libro potrebbe essere finanziato e come sarà promosso, che sia regalato o venduto. Quando si inizia a pensare al progetto occorre individuare dei possibili finanziatori, potrebbero essere delle persone legate al racconto o enti interessati a sostenerlo, inoltre si può pensare di creare dei post sui social con dei piccoli messaggi che creino l’attesa. Il self publishing ci consente di stampare poche copie per volta cosicché man mano che si vendono se ne possono stampare delle altre. Rivolgersi ad un consulente esperto può fare la differenza Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro in self publishing può contattarmi via email al mio indirizzo zuccaccia@gmail.com. Trovate maggiori informazioni sui miei laboratori e sul mio supporto alla creazione di un progetto editoriale, sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it #selfpublishing #self #publishing #editoria #autoproduzione #libro #fotografia