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Macchine fotografiche mezzo formato

Continua il viaggio nel mondo dell'analogico con la Fuji TW-3 Tra il 7 e il 16 luglio 1647 a Napoli si verificò una rivolta contro il governo spagnolo che vessava la popolazione. A guidarla Tommaso Aniello d’Amalfi che tutti conosciamo con il soprannome di Masaniello. Perché, io, che avevo promesso in chiusura del post precedente di parlare di macchine mezzo formato, mi metta a ricordare questa vicenda lo capirete più avanti e forse anche a voi verrà voglia di ribellarvi. Dunque, adesso scendiamo nell’aspetto tecnico, ma prometto di non andare troppo a fondo altrimenti ci annoiamo tutti; se quello che scrivo dovesse risultare incomprensibile non preoccupatevi le cose importanti le scrivo dopo, queste sono solo osservazioni necessarie per preparare il campo alla riflessione. Le macchine mezzo formato caricano normali pellicole 135mm, ma producono una immagine che occupa esattamente la metà dello spazio rispetto a quanto viene fatto dalle macchine a formato pieno. Questo vuole dire che con una pellicola da 36 pose si possono ottenere 72 fotografie, che mantengono invariato, anche se dimezzato, il rapporto tra il lato lungo e quello corto dell’impressione fotografica: 2 a 3. Nelle macchine fotografiche, ed anche nelle mezzo formato, solitamente la pellicola corre orizzontalmente. Questo fatto determina una inversione del campo inquadrato a livello del mirino. Nella maggior parte delle macchine mezzo formato quando si guardi nel mirino, l’inquadratura che si vede è verticale (come avviene per il formato 6x4.5 utilizzando pellicole 120). Per capirci ecco una foto che ci viene in aiuto: Due pellicole, una impressionata da una normale macchina 35mm e una da una mezzo formato. Il fatto che nelle prime tre macchine mezzo formato che io abbia usato, una Olympus Pen primo tipo, una Olympus Penn EE e una Canon Demi, l’inquadratura fosse, appunto, verticale impugnando la macchina orizzontalmente mi aveva allontanato dall’utilizzarle. Scatto la maggior parte delle foto ‘in orizzontale’ e per farlo dovevo girare la macchina come se stessi fotografando in verticale. Questo non era comodo. Pochi mesi fa ho ricominciato a pensare di scattare in pellicola rispolverando le mie macchine analogiche e, leggendo qua e la nella rete, sono venuto a conoscenza di una mezzo formato che come caratteristica aveva quella di avere la pellicola che scorre in verticale producendo quindi immagini orizzontali quando impugnata orizzontalmente, nessuna necessità di inversioni: La Fuji TW-3. Prodotta nel 1985 fa parte di una seconda ondata di macchine mezzo formato, successiva a quella degli anni 60 che vide la Olympus Pen in tutte le sue differenti declinazioni a essere la più venduta e diffusa. TW sta per Tele-Wide, la macchina ha una forma particolare che la rende unica nel suo genere e monta due obiettivi che possono essere selezionati ruotando la ghiera frontale. Un 23mm e un 69mm che risultano raddoppiati rispetto alla loro lunghezza focale considerata su una macchina a formato pieno; si hanno quindi un 46mm e un 138mm. Entrambe le lenti hanno un diaframma fisso: f 8. Questo permette di avere in posizione grandangolo foto a fuoco da un metro all’infinito. In posizione tele si deve invece focheggiare a stima mediante una piccola leva. Le stranezze di questo apparecchio non finiscono qui; quando la macchina viene caricata la pellicola viene tutta tirata fuori e, mano a mano che si scatta la pellicola, rientra nel caricatore, proprio come in una Hasselblad X-PAN. Questo mette al riparo da eventuali danneggiamenti delle foto fatte in caso di apertura non voluta del dorso prima di averlo terminato. Sia chiaro, stiamo parlando di due categorie di macchine fotografiche ben distinte, la nostra TW-3 costa 30 volte di meno di una X-PAN e soffre inoltre di possibili infiltrazioni di luce che possono però donare alle foto effetti inaspettati. La batteria è saldata all’interno del corpo ed era venduta con una vita stimata a 1000 foto (14 rullini x 72 pose). Per cambiarla, nel libretto istruzioni, si viene consigliati di rivolgersi ai centri di assistenza. Questa scelta della batteria saldata nel corpo è un vero mistero. Per quale motivo sia stata disegnata in questo modo è un fatto che resta stupefacente e inspiegabile poiché è un particolare che certamente non ne ha favorito la commercializzazione e ad oggi fa si che gli esemplari usati che si trovino in giro siano praticamente tutti con batterie scariche e quindi non testabili fino a che l’interessato non la acquisti e perda del tempo per aprirla rimuovere le batterie scariche, che facilmente hanno perso acido, e saldare dentro le nuove. Sarebbe divertente tentare di raggiungere un centro assistenza Fuji per sentire cosa rispondano alla richiesta di cambiare le pile alla macchina! Io ho avuto la fortuna di imbattermi in un esemplare che ha ancora pile originali funzionanti, anche se vicine a scaricarsi, (una luce intermittente mi avverte della necessità di cambiarle presto). Considerate che questa macchina è stata prodotta nel 1985 quindi stanno ancora funzionando a 36 anni dalla loro produzione. E’ questa una cosa possibile? Non ho avuto esitazioni quando l’ho avvistata, era assolutamente da provare la possibilità di avere 72 pose su un rullo che corre in verticale e produce ‘naturalmente’ immagini orizzontali. Il fatto che in questa macchina così come nella Yashica Samurai x3.0 e nella Konica Recorder la pellicola abbia questo tipo di scorrimento è dovuto al fatto che sono tutte e tre macchine con avanzamento motorizzato della pellicola, la grande novità di quegli anni, e quindi i disegnatori avevano potuto osare questa soluzione che sarebbe stata forse impossibile per macchine dotate di una leva di avanzamento manuale tradizionale come era stato per tutte le mezzo formato fino ad allora. Mi sento di consigliare a chiunque nutra interesse per la realizzazione di progetti personali con la pellicola il fatto di poter utilizzare macchine di questo genere. Devo confessare che 36 pose per pellicola sono infatti poche per chi abbia speso parte della vita utilizzando strumenti digitali che lo hanno sciolto dalla dovuta attenzione che si aveva quando si scattava in pellicola. Non mi sto riferendo semplicemente al fattore economico quanto invece alla sensazione di poter usufruire di un numero maggiore di fotogrammi da bruciare alla ricerca dell’immagine buona. Creano una sensazione di liberazione dal limite senza scadere nell’anarchia delle infinite possibilità legate alle strumentazioni digitali: gli scatti sono gratis e spesso rischiano di essere gratuiti. Questa, come le altre macchine delle quali parlerò, sono strumenti che assomigliano più a giocattoli che a macchine fotografiche così come siamo abituati a pensare siano (debbano essere) quelle usate da fotografi che lavorino professionalmente. Ora, al di la di evidenti limiti, legati alla loro natura, che le rende inutilizzabili quando si voglia realizzare un lavoro che necessiti dell’utilizzo di strumenti più sofisticati e performanti (ottiche intercambiabili, possibilità di decidere tempi e diaframmi da utilizzare e via di seguito) queste macchine sono strumenti eccezionali per l’esplicazione delle proprie capacità espressive. La semplicità di utilizzo mi ha riportato alla sensazione di libertà assoluta che ho provato nell’utilizzare per un tempo molto lungo una Holga (Foto © Giulio Napolitano / Immagini scattate con macchina fotografica Holga) alla quale dedicherò nel tempo lo spazio che merita. Ed è in quello spazio libero che possono fiorire intuizioni che altrimenti rischiano di seccarsi e appassire. Chi ne abbia voglia qui può vedere, al link che riporto di seguito, tre serie di foto realizzate con quella straordinaria macchina di plastica: https://www.behance.net/giulionapolitano Con una Leica a telemetro non avrei potuto realizzarle. L’eccezionalità del mezzo non sempre risiede nel suo valore/prezzo di mercato/complessità meccanica e ottica ma supera questo schema e balena la consapevolezza che la migliore macchina fotografica, oltre a essere quella che hai sempre con te, sia quella che ti pone nello stato d’animo giusto per cogliere il momento. Per rispondere alle obiezioni di alcuni amici circa il fatto che la qualità della stampa o della scansione dei negativi prodotti da una macchina mezzo formato riporto le indicazioni tecniche che mi ha fornito Roberto Properzi, vecchio amico, stampatore di professione che dagli inizi dell’era digitale ha convertito parte del suo lavoro a quanto si possa fare in ambito fotografico con computer e scanner. Alla mia richiesta mi ha sorriso dicendomi che scansionando alla massima risoluzione con lo scanner da lui utilizzato si ottiene un file all'incirca di 11 mega pixel e che si potrebbe utilizzare per produrre stampe da esporre o vendere di formato abbastanza grande. Insomma un negativo da una macchina mezzo formato potrebbe tranquillamente essere stampato come doppia pagina su un settimanale illustrato. E parlando di settimanali illustrati voglio chiudere riallacciandomi alle vicende napoletane della rivolta anti-spagnola. Un paio di settimane fa, infatti, con mia grande sorpresa, ho constatato, che Masaniello non solo non è morto il 16 Luglio 1647 ma continua a girare liberamente e fa fotografie. Meglio, lavora come fotografo e uno dei suoi scatti (una bella immagine) è finito ad illustrare una doppia pagina del settimanale l’Espresso e come si può vedere dalla foto il suo credito risulta stampato e ben visibile al lato dell’immagine: A. Masaniello/Getty Images. Evidentemente si tratta di un errore nella trascrizione del nome di Antonio Masiello un bravo e giovane fotogiornalista che lavora rappresentato dall’agenzia Getty Images. Si, un semplice errore di trascrizione di un nome mi direte, che volete che sia! Lo so, sciatteria all’ordine del giorno! Certo, provate a immaginare se Massimo Gramellini diventasse ‘Caramellini’, Gianni Riotta si trasformasse in ‘Rotta’ e Aldo Cazzullo divenisse impubblicabile per esteso nella forma contratta del suo cognome. Soprattutto in questo ultimo caso l’Ordine dei Giornalisti (ordine al quale mi fregio di non essere mai stato iscritto) si sarebbe fatto sentire per ristabilire giustizia e restituire l’onore leso. Per Masiello, che non conosco direttamente, non so cosa sia successo e magari, se gli arriverà eco di queste righe sarà interessante sentire se ci sia stata almeno una rettifica dell’errore secondo il buon uso, a pagina 97 in basso, la settimana successiva, con tante scuse. Per quanto mi riguarda, e per rimanere in terra campana io faccio di cognome Napolitano ma non si contano le volte in cui sia stato trasformato in un Napoletano senza tanti complimenti e rettifiche. Ma io me lo meritavo, non facendo capo a nessun Ordine. Nel nostro prossimo appuntamento continueremo a divagare, parlando di altre macchine mezzo formato: la Yashica x3.0, La Canon Autoboy Tele 6, la Konica Recorder e dei motivi per i quali questi apparecchi non ebbero il successo commerciale al quale avrebbero potuto ambire durante gli anni 80, periodo felice per la diffusione di apparecchi di semplice utilizzazione per il grande pubblico. Se volete scrivermi: http://www.giulionapolitano.com/

Analogico o digitale ? Una diatriba ritornata in auge.

Nuove passioni analogiche, una questione personale Mio padre, quando si andava in vacanza, portava con sé una Rolleiflex biottica, che è stata la prima macchina fotografica che io abbia usato. Guardare nel pozzetto, miracolo ottico, e girare la manovella per far avanzare la pellicola sono stati il primo contatto con la fotografia. Sulla fine degli anni ‘70 entrando negli ‘80. Di li a poco avrei avuto una macchina tutta mia, una Konica 35 EF3. La ricevetti il giorno del mio decimo compleanno nella primavera del 1982. Il mio amore per le macchine fotografiche (e le pellicole, le tank di sviluppo, gli ingranditori…) non è mai venuto meno nonostante non le abbia mai confuse con la fotografia. In effetti, ho sempre ritenuto che non ci sia un diretto rapporto tra mezzo e fine; la cosa è esemplificata a mio avviso dal fatto che molte delle persone che collezionano apparecchi fotografici non li usano mai. Li tengono al sicuro nei cassetti o in terribili vetrine, dove il solo fatto che il metallo delle macchine venga a contatto col vetro mi mette un senso di gelo nel sangue. Le utilizzano (se si può parlare in questo caso di utilizzazione), magari senza pellicola caricata, giusto per far marciare gli ingranaggi che si potrebbero rovinare stando fermi. Il piacere risiede in quello, il rumore della tendina, le molle che ricaricano lo scatto. Il click, il clack. A posto. Pellicola, si, ho appena scritto pellicola. Non sono interessato al funzionamento delle moderne macchine fotografiche digitali che evidentemente ho usato e adopero quotidianamente per motivi legati al lavoro, (e per la loro comodità le ringrazio, riconoscendone il miracolo tecnologico che incarnano), ma che per me non hanno il fascino degli apparecchi analogici. Da un lato ci sono dei computer con una lente davanti, dall’altra c’è una camera oscura portatile e un processo che permette alla luce di imprimere delle modificazioni fisiche a un supporto sensibile. Se la fotografia fosse solo la mia passione e non anche un lavoro a questo punto darei via tutte le macchine digitali per dilettarmi nel mondo analogico. Quando mi capita di essere interpellato su quale macchina digitale posso consigliare non so dare una risposta e il perché è presto detto: non seguo con passione i continui sviluppi della tecnologia legati al mondo della fotografia. Non conosco quali siano le caratteristiche tecniche neanche degli apparecchi che utilizzo (di quanti megapixel sono le foto che escono da una Canon Eos 5 Mark III?). Se mi viene chiesto cerco la risposta in internet, per poi dimenticarla. Adopero queste macchine solo per soddisfare gli elevati standard richiesti dai miei clienti. Quando si lavorava ancora con macchine analogiche, e a me è successo per un tempo breve prima della mia conversione al digitale, non esisteva una reale necessità di cambiare ed aggiornare il proprio parco di corpi macchina (solo se si voleva un autofocus più veloce o una capacità di poter scattare a raffica un numero maggiore di fotogrammi per secondo) ma già in questi casi stiamo parlando di una fotografia, e di un mercato dei mezzi di produzione delle immagini che si stava avviando verso la follia del continuo aggiornamento che poi è stato il motivo conduttore una volta passati al mondo digitale. Dal 2000 fino ad oggi ogni 2-3 anni è stato necessario aggiornare le proprie apparecchiature per riuscire ad avere files fotografici della qualità e grandezza necessari per soddisfare le nuove richieste del mercato. Se pensiamo alla Nikon F prodotta dal 1959 al 1973 (per 14 anni!) possiamo comprendere il cambio di epoca del quale siamo stati spettatori; anzi diciamo meglio: attivi realizzatori spendendo notevoli cifre di denaro per aggiornare il nostro armamentario. Per inciso, e vado subito a contraddirmi parlando della mia vita digitale quando avrei voluto invece dedicarmi a una ‘questione analogica’ alla quale arriverò tra poco, ho posseduto nell’ordine una Canon 30D, poi una 60D, poi una Eos 1 D Mark II n, poi tre Eos 5 (la prima e poi le successive Mark II e Mark III). Sei diverse macchine fotografiche consumate nell’arco di 15 anni. Neanche troppo, direte, ed in effetti conosco professionisti che hanno rinnovato il loro armamentario per un numero di volte molto maggiore. Ma torniamo, anzi dirigiamoci verso quello che voleva essere l’argomento di questo mio primo ‘punto di vista’. Quindi, per creare una cronologia tutta mia, che forse corrisponde a quella di molte persone che amano e vivono con la fotografia, all’inizio degli anni 2000 è avvenuto per tutti il passaggio alle macchine digitali e nei negozi di usato fotografico sono cominciate ad arrivare tonnellate di acciaio e titanio a un prezzo bassissimo. Ricordo le vetrine dell’usato di Sabatini in Viale Germanico a Roma, zeppe di Nikon F e F2, tutti i Photomic prodotti durante gli anni 60 erano messi in fila in bella vista, montati sulle rispettive Nikon F – F2 pronti a essere comprati per due soldi. Ben prima di allora, fine anni 80, con l’arrivo dell’autofocus quei mostri macrocefali che servivano a misurare la luce per esporre a dovere le foto senza aiuto di esposimetri esterni o del sistema sunny 16 erano stati mandati in pensione, ma adesso, inizio anni 2000, chi ne aveva ancora in soffitta li vendeva, e con loro le macchine sulle quali erano montati per accedere all’acquisto di nuovo materiale digitale (che all’epoca peraltro era di qualità particolarmente bassa e con prezzi altissimi). Ricordo di un amico che usava un Photomic come fermaporta, lo ripulì e lo vendette su Porta Portese a pochi euro. Scherzo, ma sarebbe potuto essere vero. Ora, perché dico questo? Beh perché tra gli inizi degli anni 2000 e almeno fino al 2010/13 in pieno periodo di digitalizzazione del modo fotografico per acquistare macchine fotografiche analogiche di qualsiasi genere erano necessario uno sforzo economico relativamente basso. Dirò di più, si era considerati degli snob senza molto da fare, se non che buttare soldi, anche se pochi, dalla finestra. E che ci fai con l’Hasselblad x-pan quando puoi prendere un file e tagliarlo per trasformarlo in veduta panoramica? Anzi fai due foto e poi le metti insieme con Photoshop! Era arrivato Photoshop e la post-produzione. Si salvi chi può! Anche io ci sono cascato come un pollo prima di sentire intimamente la bruttezza di quei ritocchi digitali e smettere, anzi peggio rifiutare quel modo di fare, quella moda che non ci siamo più tolti di torno. Post-produzioni pesanti che facevano sembrare mascheroni di carnevale le persone e facevano piovere luce e colori a caso sulle scene pur di renderle più drammatiche e interessanti. Alcuni importanti premi fotografici sono stati assegnati a foto scattate da fotografi capaci che però non erano stati in grado di fermare (non avevano voluto?), la mano al loro post produttore o a loro stessi. Del resto se per esempio il World Press Photo del 2012 è stato vinto da questa foto del fotografo svedese Paul Hansen vuol dire che l’indiscutibilmente bravo fotoreporter ha saputo inoltre compiacere il gusto imperante (per me osceno) e ha contraffatto la luce della foto scelta come vincente. Quella foto non aveva nessun bisogno di essere pitturata a posteriori, era un’immagine fotogiornalistica forte e drammatica che, colorata e illuminata in quel modo, continua a sembrarmi come il volto di una vecchia bella signora che ha esagerato col trucco (e qui preferisco tralasciare le considerazioni di ordine etico relative a interventi di manipolazione su immagini di questo genere). A posteriori mi sento di dire con l’amaro in bocca che forse il fotografo ha avuto ragione a modificare così pesantemente l’immagine perché, intercettando il gusto della giuria, ha stampato il suo nome tra quelli che contano e credo ne sia stato felice e ne abbia fatto discendere risvolti lavorativi e economici interessanti. Evidentemente resto dell’idea che, perdonate il gioco di parole, fare la cosa giusta non ha il potere di trasformare la cosa in cosa giusta. Dicevamo? Ah no, dalla mia memoria affiora un altro ricordo legato a quel periodo di esagerazioni cromatiche digitali. Proprio il periodo in cui quasi si veniva pagati per prendere in affidamento una Mamiya 6. Sempre nella sede che a Roma ospitava il World Press Photo venne esibito il lavoro a colori di un importantissimo fotografo italiano da tutti ritenuto a ragione ancora oggi uno dei più capaci fotogiornalisti italiani. Molte delle immagini erano evidentemente postprodotte (parola che mi ripugna) con rara pesantezza. Domandai al fotografo, presente in galleria, i motivi che l’avevano spinto a ricolorare, contrastare, inventare in quel modo la luce e le tonalità delle sue immagini che, anche senza quegli interventi, avrebbero trasmesso il messaggio grazie alla capacità estetica e giornalistica di cui è capace (che anzi, direi meglio, quegli interventi a mio avviso potevano danneggiare la forza del suo sguardo sulle cose). La risposta fu vaga e infastidita, le mie osservazioni non ottennero una risposta. Invece di ricevere una spiegazione mi trovai di fronte a una persona che si difendeva screditando le mie perplessità. Fu una delusione. Va bene questa è stata una lunga digressione, che poi a dire il vero, nei miei post, il ragionamento si espanderà in maniera magmatica e libera quindi forse non si tratta neanche di definirla digressione, torniamo quindi al discorso sulle fotocamere analogiche e stabiliamo telegraficamente: il loro costo tra il 2000 e il 2015 è andato a calare, ma, come una marea poi i costi sono ricominciati a salire e attualmente stiamo assistendo a una ripresa di interesse verso la possibilità di fare foto su supporto analogico con macchine tradizionali. Quali siamo i motivi del mio interesse adesso non lo dirò altrimenti cadrei in un altro lungo inciso. Quello che voglio dirvi e che spero vi interesserà leggere lo accenno qui in chiusura di questo lungo post: nell’ultimo anno ho iniziato ad utilizzare alcune macchine mezzo formato su pellicole 135 (half frame cameras). Insomma macchine che su pellicole nominalmente da 36 pose ne scattano esattamente il doppio, ovvero 72 (non male in termini di risparmio, e, come vedremo non solo di risparmio). Come nelle migliori tradizioni interrompo il ragionamento sul più bello. Da qui riprenderemo nel mio prossimo post ma voglio lasciarvi indicandovi e mostrandovi le macchine che attualmente sto sperimentando e delle quali parlerò diffusamente: Yashica Samurai x3.0 Fuji TW-3 Canon Autoboy Tele 6 (Canon Prima Tele o Sure Shot Multi Tele) diversi nomi a seconda del mercato di commercializzazione. Se volete scrivermi: giulio.napolitano@gmail.com | www.giulionapolitano.com

Alla riscoperta della stampa Risograph

Quattro chiacchiere con Giuseppe Di Carlo e Linda Cuscito di Concretipo La stampa Risograph sta tornando di moda come alternativa artistica alla stampa offset o digitale, potresti farci un riassunto delle sue origini. Nata in Giappone da un idea di Noboru Hayama tra la metà del 1970 e gli inizi del 1980 venne lanciata nel mercato come duplicatore digitale per stampa massiva grazie alla sua velocità. Questa caratteristica combinata con la miscela di inchiostri a base di soia dai colori vibranti e dalle matrici in fibra di banano hanno fatto conoscere questa macchina in tutto il mondo. Reclusa fino a una ventina d'anni fa la Risograph trovava impiego solo per la stampa di modulistica, tuttavia al finire degli anni '90, prima in nord Europa e successivamente nel resto del mondo, viene riportata a una nuova vita, che si adatta magicamente ai ritmi e alle esigenze di artisti, grafici, illustratori e fotografi. Il successo attuale si deve proprio a quel suo sapore vintage, una giusta combinazione tra un risultato analogico e le possibilità di progettazione digitale. Quindi si creano delle stampe uniche e irripetibili, o perlomeno diverse se stampate in una seconda edizione. Certo, pur essendo delle stampe in serie, le copie differiscono leggermente anche nella stessa edizione, conferendo unicità alle stampe. Vorrei sottolineare che nello stesso tempo, l'errore, è visto come un segno distintivo. La caratteristica particolare di questo procedimento è nel fatto che diversamente da una stampa laser, con la Risograph l’inchiostro viene trasferito tramite pressione attraverso un rullo, con cui è possibile stampare un colore alla volta. “L'errore” se cosi si può definire, si determina nella messa a registro nella stampa a due colori. Forse risiede in questa particolarità il fascino che attrae molti autori a ricercare una stampa diversa. É proprio questa la potenzialità che è emersa negli ultimi decenni, dal riutilizzo artistico-sperimentale della macchina. Parlando di tecnica qual è la carta che si adatta meglio a questa stampa? La risposta esclude gli amanti delle carte patinate, essendo infatti una stampa a pressione con inchiostri grassi, questa tipologia di carta non permette all'inchiostro di penetrare nelle fibre, da qui l’esclusione di tutte le carte con finiture particolari. Detto questo, le carte indicate per la Risograph sono carte usomano; come ci piace dire, “che suonano al tatto”. Tra le più indicate possiamo suggerire le carte della ditta Favini, come la Crush, la Remake e la serie Shiro. Della cartiera Fedrigoni suggeriamo l'ultima nata Arena con le sue variarti di punti di bianco. Infine della ditta Articpaper la carta Munken. Altre carte, che per motivi tecnici sono da escludere sono le carte molto martellate e mille righe poiché, non avendo una superficie omogenea, non permettono una stesura omogenea dell'inchiostro. Da ultimo un limite di questa tecnologia risiede nel fatto che la macchina non permette di stampare su carte con grammature superiori ai 250 grammi. Con l’esperienza dei vostri lavori cosa pensate che possa offrire Concretipo? Come studio creativo, offriamo un servizio di progettazione del prodotto e grafica editoriale, sviluppati in maniera autonoma e affiancati al servizio di stampa. Questa polivalenza ci consente di risponde alle diverse esigenze del cliente, consigliando il tipo di carta più appropriata nonché la stampa più funzionale e idonea per la pubblicazione. Il nostro laboratorio permette di stampare con diverse tecniche, su diversi supporti e materiali, dando vita e forma alle idee del cliente. Naturalmente ci siamo concentrati sulla micro editoria, nobilitando i prodotti editoriali con macchinari di piccola legatoria e post stampa. Indipendentemente dalla quantità di produzione, disponiamo di strumenti e competenze manuali che ci permettono di rispondere con efficienza alle diverse fasi del lavoro sviluppando prodotti di alta complessità e manodopera, spesso irrealizzabili industrialmente. Al di là del servizio di stampa, Concretipo opera come studio creativo, con un servizio di grafica e nella costruzione della brand identity, sviluppo di strategie e di strumenti in linea con l'immagine coordinata, visual design, ideazione prodotto, progettazione grafica ed editoriale. Come puoi vedere negli articoli di PhotoCoach cerchiamo sempre di dare dei consigli utili al lettore; quali suggerimenti vuoi dare a chi volesse avvicinarsi a questo tipo di stampa? Il nostro suggerimento, è quello di non farsi condizionare dai limiti ma al contrario di vederli come una risorsa e provare a sfruttarli al meglio. Come abbiamo già detto occorre usare un rullo per ogni colore e quindi se vogliamo delle stampe con vari colori sarà necessario realizzarle a più passaggi, di conseguenza ne varia il costo. Consiglio quindi di avvicinarsi a questo procedimento con la consapevolezza che non si tratta di una stampa tradizionale e che occorre progettare la grafica in modo da sfruttare i limiti di stampa, ammortizzando il più possibile costi e passaggi. Ci piacerebbe che i clienti si sentano spinti a sperimentare fuori dagli schemi dai canoni della stampa perfetta. Dalla voglia di sperimentare hanno preso vita molti progetti, seguendo il nostro motto “push beyond your limits”. Il lettore si sta chiedendo se le sue immagini possano essere adatte a questa tecnica di stampa, tipo: quale immagine si adatta meglio, quale tono dovrebbe avere, contrasto e risoluzione. Non ci sono immagini che non sono adatte, sicuramente andranno fatte delle correzioni per avere un miglior risultato. Diciamo che qualunque tipo di immagine può essere riprodotta in Risograph con i dovuti accorgimenti, ad ogni modo tramite il nostro servizio grafico siamo in grado di settare l'immagine per la stampa che ci si aspetta! Quante copie consigliate di fare? Non abbiamo dei limiti ma possiamo dire che per iniziare il procedimento ci sono dei costi di avviamento, dalla creazione delle matrice alle inchiostrazioni e le messe a registro, consigliamo quindi di prevedere per la stampa in monocromia un minimo di 30 copie e per più colori almeno 60 copie. Chi volesse approfondire Concretipo (Firenze) http://concretipo.com/ Supporto alla realizzazione della tua pubblicazione Chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro o progetto editoriale può contattarmi direttamente su questo sito tramite il servizio di videochiamata one-to-one. Trovate maggiori informazioni sul mio lavoro anche sul sito web www.lucianozuccaccia.it

Studio Faganel, quando una galleria diventa anche editore

4 chiacchiere con Marco Faganel e Sara Occhipinti, galleristi ed editori di libri fotografici www.studiofaganel.com Come avete iniziato a pubblicare e a coeditare dei libri fotografici? L'idea ha seguito l'azione. In sostanza abbiamo iniziato a rendere più strutturato e consapevole ciò che facevano nella pratica, poiché in occasione di ogni esposizione realizzavamo una pubblicazione. Nel 2018, abbiamo formalizzato questa attività aprendo la casa editrice e da quel momento abbiamo prodotto, e anche distribuito, i nostri libri che sono quasi esclusivamente dei fotolibri. La coedizione è stata un'esperienza positiva che nel  2019 abbiamo condiviso con the(M) èdition, Parigi, per produrre il libro ‘Casa Azul’ di Giulia Iacolutti, e che il prossimo anno ripeteremo per un altro fotografo e con un'altra casa editrice straniera. Perché sentivate la necessità di essere partecipi nelle pubblicazioni delle opere esposte in galleria? La necessità di partecipare alla pubblicazione è anch'essa una naturale conseguenza di un approccio e metodo di lavoro della galleria. Noi galleristi e gli artisti che rappresentiamo abbiamo un confronto sul lavoro e sui progetti costante e quasi quotidiano, che inizia dall'idea talvolta e segue le diverse fasi di sviluppo e definizione. L'esito può essere o una esposizione o un libro o entrambi che sono due forme che riteniamo debbano essere ritenute paritetiche, connesse e indirizzate allo stesso fine quello di comunicare il lavoro dell'artista. Il dialogo che abbiamo con gli artisti è una parte stessa del processo creativo che dipende ovviamente anche dalla qualità della relazione che con loro riusciamo a instaurare. Pur avendo nostri interessi, gusti e indirizzi per la casa editrice, il nostro approccio è quello di andare verso il mondo di ogni artista, lasciando emergere la sua identità e valorizzando la sua specificità. Non a caso chiudiamo questo 2020 con tre pubblicazioni di fotografia tutte diverse tra loro, rispettivamente un libro in cui la fotografia dialoga con l’illustrazione per Tomaso Clavarino, un portfolio d’artista per Roberto Kusterle e una zine per Marco Marzocchi. Siamo abituati ad immaginare i libri nelle librerie, anche se la loro vendita avviene sempre meno in questi luoghi, mi incuriosisce capire il mercato del libro in una galleria che prevalentemente promuove immagini. La nostra galleria è anche una piccola libreria con una selezione di libri fotografici che nel tempo abbiamo preso da case editrici con alcuni criteri che, però, non sono rigidi. Ci piace avere libri di artisti italiani o di case editrici italiane, o libri che sono delle autoproduzioni, o ancora libri che sono stati segnalati o hanno vinto dei premi rilevanti nei festival o premi di fotografia. Seppur la nostra sia una piccola città (Gorizia ndr) in una posizione decentrata rispetto a ciò che appare molto più potente e vivace, vediamo che specificità e qualità, nel tempo, hanno consentito di attirare un pubblico amante della fotografia e del libro d'arte anche da un territorio più ampio rispetto a quello locale. Inoltre grazie al fatto di usare con cura e costanza i social network si riesce ad arrivare e comunicare anche oltre uno spazio fisico e raggiungere appassionati di fotografia e arte anche da lontano. Ciò che unisce i luoghi e le persone oggi, ci sentiamo di dire, è la passione per qualcosa. Penso che riceviate molte proposte sia per esporre che per essere pubblicati, quale metro di giudizio seguite? Al momento rappresentiamo 11 fotografi più altri artisti di arte contemporanea. Per occuparci di loro con serietà e assiduità, sviluppare i loro progetti, realizzare le esposizioni, che sono quasi esclusivamente delle personali, e produrre i loro fotolibri, diventa davvero difficile dare spazio alle numerose proposte che riceviamo. Inoltre nell'ultimo anno la situazione si è complicata perché causa COVID19 il programma del 2020 è completamente traslato all'anno prossimo. Però se un progetto espositivo o di un libro ci colpisce e riteniamo che possa essere una risorsa per tutti facciamo in modo di aggiungere un posto e fare delle motivate e sane eccezioni. In generale alle proposte che riceviamo rispondiamo e se alcune ci interessano diamo disponibilità a seguire e curare i progetti ugualmente anche se non saranno esposti e pubblicati da noi. Il libro fotografico sta vivendo un momento di espansione, qual è il vostro pensiero circa le proposte editoriali sia autoprodotte che seguite da un editore? C'è spazio per tutti nel mondo del libro fotografico. Sia per le autoproduzioni che per i libri prodotti da case editrici esistono tante occasioni per presentare e promuovere i libri e i progetti. Festival, premi, fiere sono momenti di grande scambio e ricchezza di proposte. In queste occasioni, un appassionato ed esperto di fotografia e di fotolibri non farà certo differenza tra autoprodotto e non, se vorrà acquistare un libro che gli piace. Il mondo del libro fotografico, a nostro avviso, ha dalla sua parte questa sorta di maggiore apertura rispetto ad altre forme d'arte e di collezionismo: è più accessibile, più democratico ed amato. Supporto alla realizzazione della tua pubblicazione Chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro o progetto editoriale può contattarmi direttamente su questo sito tramite il servizio di videochiamata one-to-one. Trovate maggiori informazioni sul mio lavoro anche sul sito web www.lucianozuccaccia.it

Come preparare i files di stampa delle vostre foto

4 chiacchiere con Lisa Farinati di Faservice ed un file pdf scaricabile con tutti i consigli per impostare correttamente i parametri di stampa delle voste immagini. Assistiamo ad un aumento dell’interesse per il libro fotografico e molti fotografi si avvicinano alla produzione del proprio libro fotografico in maniera autonoma, questo è un settore in espansione grazie anche alla possibilità di stampare in digitale con basse tirature. Conosco i vostri prodotti che si distinguono per l’ottima qualità e vorrei capire quali sono le strategie della FASERVICE per inserirsi in questo settore? Per rispondere a questa domanda devo fare un passo indietro nel tempo di ben 5 anni; ricordo l’incontro illuminante con una fotografa (Paola Fiorini) che di fatto si occupa proprio di lavori autoriali all’interno di un collettivo fotografico. L’occasione è stata proprio la stampa del primo libro di Paola a tiratura di soli 20 pezzi! Mi ricorderò sempre la sua faccia quando sono uscite le prime prove di stampa: mi ha guardata e, visto che siamo anche amiche, sorridendo mi dice: “Lisa sai che tu e la tua azienda avete il mezzo giusto nel momento storico giusto perché il libro fotografico d’autore è un trend in crescita?”. Prima di quell’episodio il nostro mercato era principalmente il mondo dei cataloghi (di moda, dei prodotti di lusso, del food, del mobile…) dove l’immagine è sostanzialmente quella patinata, perfetta e super accattivante dell’advertising.  Paola mi ha accompagnata per mano nel mondo della fotografia d’autore, un mondo di nicchia che ammetto non conoscevo, ma affascinante perché, ormai posso sbilanciarmi a dirlo, è con alcuni autori che ho scoperto che la fotografia è un linguaggio che va rispettato. Da allora è stato un passaparola continuo, come continuo è stato il nostro crescere assieme a questi fotografi, noi ci mettevamo l’esperienza tecnica e loro la creatività. Alcuni lavori sono stati delle vere e proprie sfide ma, il risultato finale e la soddisfazione dell’autore, ha ripagato tutti gli sforzi fatti. La nostra strategia è ascoltare le richieste del cliente, scegliere assieme tutti quei dettagli che sottolineano a avvalorano nel modo giusto il messaggio contenuto nelle foto. Il libro fotografico si è rinnovato, non solo luogo per le immagini ma oggetto che comunica il racconto attraverso un’esperienza  globale, sensoriale. Cosa vi sentite di consigliare ad un possibile cliente che vorrebbe realizzare una propria pubblicazione? Ogni immagine ha necessariamente bisogno di un supporto ottimale che renda giustizia a ciò che il fotografo vede, per i file digitali ci deve essere massima corrispondenza tra la versione vista sullo schermo del fotografo e il supporto che ospiterà l’immagine. Nel caso del libro si tratta della carta che è un mondo vastissimo dove poter veicolare al meglio il sapore giusto a certe immagini. Immagini morbide e rarefatte, oppure un bianco nero dove il contrasto è portato all’estremo? In ogni caso queste immagini devono essere stampate non solo rispettando il bilanciamento cromatico ma devono anche poter emozionare l’autore stesso. Il primo consiglio che darei quindi all’autore è di porre l’attenzione alla scelta della carta giusta. Quali sono i comuni errori che commettono i clienti e  cosa vi sentite di consigliare? L’errore più comune è quello relativo alla chiusura del file pdf: spesso ci troviamo file con la profilazione sbagliata, l’assenza delle abbondanze  (l’abbondanza è quella parte di grafica, immagini o fondi colorati che vanno sino al termine del progetto grafico e che in fase produttiva sarà poi presente sino ai bordi del lavoro, un ampliamento dell’area di lavoro che poi sarà rifilata) o dei rifili (appunto i segni dei successivi ritagli). In molti casi ci vengono inviate richieste di preventivi con numeri di pagine non corrispondenti poi al file inviato (perché erroneamente si pensa che una pagina sia corrispondente a 2 facciate). Ci sono così tanti errori che si possono facilmente evitare con i giusti consigli che abbiamo seriamente pensato ad un corso per tutti coloro che stanno pensando di autoprodursi il loro libro, o per chi lo ha già fatto ma non è rimasto soddisfatto del prodotto ottenuto. Un corso organizzato a tappe dove accompagneremo l’autore ad approfondire ogni fase della realizzazione di un libro fotografico; dalla creazione del file stampa corretto, alla selezione della carta più idonea, alla scelta della confezione più adeguata, della giusta nobilitazione per impreziosire la copertina e, cosa da non sottovalutare, gli insegneremo a formulare la richiesta di un preventivo chiaro e a valutare l’offerta ricevuta. A vostro parere e con la vostra esperienza quali dovrebbero essere le caratteristiche di base di un buon libro fotografico, mi spiego meglio, dovendo operare delle rinunce con un determinato badget quali dovrebbero essere i punti fermi per arrivare ad un buon prodotto? Le immagini veicolano il messaggio dell’autore, per questo motivo, e senza ombra di dubbio, la priorità di importanza che va data è sicuramente la scelta della carta. Si può rinunciare ad una serigrafia sulla copertina, ad una confezione bodoniana o ad un cartonato cucito…ma sulla carta non si discute! Per chi volesse approfondire l'argomento suggeriamo di iscriversi alla newsletter della Faservice in modo da rimanere aggiornato sui successivi tutorial tecnici offerti dall'azienda: https://www.faservice.it/contatti.php Scarica questo pdf della Faservice all'interno del quale puoi trovare tutte le indicazioni necessarie per impostare correttamente i files di stampa delle tue immagini. Supporto alla realizzazione della tua pubblicazione Chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email all'indirizzo zuccaccia@gmail.com. Inoltre tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Stampare e rilegare il proprio libro

4 chiacchiere con Alberto Cecchetti de lalegatoria di Roma lalegatoria sta diventando un punto di riferimento per molti fotografi per realizzare le proprie autoproduzioni, forse anche per questo motivo che da luglio avete cambiato sede spostandovi a San Lorenzo in una struttura più ampia? Sembra strano ma spostarsi in un locale più grande per noi ha rappresentato un risparmio sulla locazione e un miglioramento per la parte logistica, dando maggior accessibilità ai clienti, e nel momento attuale, questi aspetti diventano prioritari. Poi ci piaceva poter offrire ai clienti degli spazi di incontro e di lavoro che poi potrebbero diventare un luogo dove creare eventi e presentazione di libri. Uno spazio polifunzionale nell’ambiente di lavoro. Questo perché avete avuto un aumento di richieste per realizzare delle autoproduzioni? Si, abbiamo notato che è cresciuta la volontà da parte di fotografi, illustratori e artisti di essere autonomi e autoprodurre le proprie idee. Del resto questo tipo di clientela ha capito che realizzare un prodotto editoriale implica un coinvolgimento economico, così può avvenire che il progetto può essere realizzato da un editore o in maniera autonoma presso di noi. Quando un cliente vi chiede di realizzare la sua pubblicazione come vi avvicinate al progetto, immagino che molti siano totalmente privi di cognizioni in merito? Certamente, per alcuni si tratta della prima volta e lalegatoria ha diverse professionalità che concorrono e aiutano i clienti sin dalla prima fase di progettazione con competenze grafiche, tecniche e artistiche e questo fa la differenza nella realizzazione della pubblicazione. Per noi è motivo di orgoglio poter trasmettere la nostra esperienza e creare degli oggetti dall’ottima fattura che contraddistingue l’autore e noi, una sfida quotidiana che va oltre le produzioni quotidiane. Personalmente credo che la relazione con i giovani sia sempre interessante, perché la loro freschezza mentale e la capacità di contaminarsi con altri linguaggi produce delle cose belle e nuove. Condivido, ci piace molto lo scambio con i giovani così come è avvenuto quando sono venuti qui per esercitarsi nella realizzazione di una pubblicazione. Sono arrivati con il loro progetto grafico, lo hanno concretamente creato dalla stampa all’impaginazione, e così hanno capito l’importanza delle varie fasi, i segni di taglio, l’abbondanza, il numero di pagine. In alcuni casi gli abbiamo fatto capire che laddove c’è un errore è meglio non stampare, così si impara a generare dei prodotti qualità. Possiamo dare dei consigli pratici per chi volesse venire a chiedervi di creare una pubblicazione? Ci capita che vengano dei ragazzi provenienti da scuole di fotografia, università di grafica e accademie che sanno come lavorare con la fotografia ma non hanno delle competenze per quanto riguarda la grafica editoriale e la parte pratica per realizzare una pubblicazione, è un’esperienza che gli manca. Riguardo ai fotografi più esperti notiamo che spesso sono carenti nell’aspetto tecnico del materiale da produrre per la pubblicazione e nello specifico mi riferisco ai file delle immagini, se questi non sono corretti si può incappare in sorprese in fase di stampa. Per essere più precisi? All’interno dei file ci deve essere un unico profilo colore. Normalmente il profilo colore acquisito con una fotocamera, RGB, SRGB, è diverso da quello usato per stampare l’immagine. La possibilità data dalla stampa digitale è di poter usare i vari formati RGB, SRGB o FOGRA 39 (comunemente usato per la quadricromia CMYK) ma nel caso di stampa tipografica il profilo deve essere solo il FOGRA 39 Questa è una fase molto importante perché se si manderanno in stampa dei file non opportunamente convertiti, questa operazione verrà svolta dal software in modo automatico. La differenza però è che questa conversione non porterà ad uguale qualità e corrispondenza cromatica e non sarà controllabile perché gestita di default in modo standard e il rischio che alcuni colori possano cambiare in fase di stampa è molto alto. È chiaro che la conversione deve essere fatta dal fotografo che deve controllare che nei vari passaggi tutto sia come lui vuole. Altro inconveniente che abbiamo riscontrato è che spesso i fotografi ci portano delle immagini di dimensioni enormi sia in pixel che in formato, quando sarebbe meglio averle acquisite già nella dimensione di stampa, i file meno si modificano e meglio è Quando si diventa padroni di queste tecniche di base si capirà meglio le fasi successive e stampare una pubblicazione sarà più facile e il risultato sarà migliore. Supporto alla realizzazione di una pubblicazione Chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email all'indirizzo zuccaccia@gmail.com. Inoltre tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Per antiche vie. La giornata libera di un fotografo

Un libro di Maurizio Buscarino | Libri fotografici rari e da collezione Maurizio Buscarino Leonardo Arte 2003 Pagine 280, dimensioni 18 x 24,5 cm Osservando le immagini di un fotografo di teatro abbiamo sempre il pregiudizio che siano le classiche foto di scena di spettacoli, e che difficilmente ci potremmo appassionare, sicuramente qualche bel ritratto ma la storia non ci coinvolgerà. In questa pubblicazione il fotografo Maurizio Buscarino è riuscito ad andare oltre e ci ha condotti in una esperienza che non si limita alle sole immagini ma in un valido intreccio con le parole. Già il titolo mi coinvolge e mi intriga, nella bellissima copertina nera-cartonata, cosa sarà mai una giornata libera di un fotografo? E quali saranno queste antiche vie? Buscarino nel 2000, Anno Giubilare, ha seguito, per conto del Teatro di Roma e dell’ ETI, un evento teatrale itinerante sulle orme dei pellegrini. Non solo ha assistito ai vari spettacoli e fotografato gli attori ma ha anche fotografato i paesaggi e luoghi, parte integrante degli eventi. Fino a qui nulla di nuovo, ma nella parte finale del libro, dopo una serie di bellissime immagini c’è un’appendice con dei testi che sono il diario di Buscarino. La domanda viene spontanea, ma Buscarino non è un fotografo di teatro? Certo, e questo lo possiamo considerare un suo omaggio al teatro, che ha seguito per così tanti anni, nella descrizione cronologica degli eventi troviamo le sue impressioni, le sue incertezze e la sua ironia, riflessioni personali e incontri fortuiti, una storia parallela di una persona che non solo narra per immagini ma che si libera da ogni limite e si racconta. Credo che sia in questa appendice la forza del racconto; sì le immagini sono belle ma la forza di questo percorso è nello scorrere delle pagine, nel coinvolgimento che ci regala l’autore, nella sua capacità di farci vivere il momento, fatto di piccoli istanti di vita. I fotografi spesso dicono, se avessi saputo scrivere bene non avrei usato la fotografia, ed è vero ma nel caso di Buscarino ci troviamo di fronte ad una eccezione, lui riesce a fare bene entrambe le cose. Ho avuto il piacere di lavorare con Buscarino e conversando circa questo libro mi spiegò: lo scrivere è un esercizio che va praticato con costanza, scrivere e riscrivere, leggere e riflettere, ci vuole tempo, dedizione. Ecco perché oggi vi suggerisco di cercare questo libro, per il piacere di vederlo ma soprattutto per il piacere di leggerlo e capire come si articola un racconto. Suggerisco come esercizio di provare a scrivere delle nostre esperienze delle piccole banalità che ci capitano quando fotografiamo o gli incontri ai margini dei nostri scatti, le pieghe della vita. Forse non riuscirete ad essere efficaci ma sicuramente l’esercizio di scrivere vi farà riflettere e vi porterà ad avere dei dubbi, ed è sicuramente il primo passo per comprendere fino in fondo la storia delle vostre immagini. Acquista il libro di Maurizio Buscarino direttamente su Amazon: Collezionare libri vuol dire anche condividere con gli altri le proprie conoscenze. Chi volesse maggiori informazioni sui libri che recensisco può scrivermi a zuccaccia@gmail.com sarò felice di rispondervi e di condividere con voi le mie conoscenze. Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email. Inoltre tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Pubblicare con CEIBA

Quattro chiacchiere con l'editrice Eva-Maria Kunz Tocchiamo e annusiamo i libri. Li leggiamo, pure all’indietro. Ed è così che li facciamo, per dare ad ogni senso qualcosa da scoprire. Parlaci della casa editrice ceiba. Sembra strano ma siamo conosciuti più all’estero che in Italia.
Lo dico in termini di riconoscibilità, non è facile per le piccole case editrici emergere, e se dovessi fare un bilancio dei nostri followers e delle vendite vedo che queste avvengono prevalentemente dall’estero. Probabilmente dipende dal fatto che non proponiamo fotografi classici e pubblichiamo prevalentemente autori/autrici stranieri. Forse ci conoscono di più in associazione con il PhotoBoox Award, al quale collaboriamo con il Photolux Festival. Infatti osservando il vostro catalogo vedo che ci sono molti artisti stranieri, soprattutto giapponesi. Sì, abbiamo fondato ceiba con una collaboratrice all’estero, e i primi progetti erano stranieri, in seguito c’è stato un passa parola, che con Yoshikatsu Fujii è arrivato alle masterclass di Reminders Photography Stronghold di Yumi Goto in Giappone  https://reminders-project.org/rps/.
C’è stata una sinergia fra il nostro modo di lavorare e la loro narrazione, e l’innovazione che c’era nel comporre i menabò. Questo combaciava con le vostre idee? Nel realizzare un libro il nostro lavoro si concentra nel volerlo adattare alla storia che si racconta, mai il contrario. È il contenuto che detta la forma, sempre. Qui diventa fondamentale la ricerca dei particolari che comporranno la pubblicazione. Ci interessiamo dei vari materiali, dal tipo di carta sia per il corpo libro che per la copertina, ai vari inserti (se ce ne sono), il tipo di rilegatura, i colori, agli altri materiali, che sia feltro o gomma, sempre per sottolineare e far emergere la storia. Credo che sia proprio questa la nostra caratteristica. Una scelta vincente, osservando i “sold out” del vostro catalogo. Non sempre, ma per molti libri è andata così. Diamo qualche informazione pratica, come presentare un progetto fotografico a ceiba? Nel nostro sito abbiamo dato delle indicazioni, si può inviare un pdf leggero, e una mail di presentazione. Preferiamo ricevere in allegato al progetto una breve biografia ed un testo che spieghi le motivazioni dell’autore. Vogliamo sapere cosa spinge il fotografo a lavorare sul suo progetto. Ci tengo a precisare che vista la quantità di mail che riceviamo, non ci è possibile scaricare files da vari siti, e poi ricordarci a quale mail appartengono. Il mio consiglio è di inviare dei files leggeri, in una mail concisa. Inoltre sarebbe utile (e cortese) per chi volesse mostrarci il proprio progetto, di informarsi sulla casa editrice, sui libri nel nostro catalogo, così da evitare di inviare dei progetti che non sono in linea con le nostre tematiche. E per chi volesse inviare dei dummy cartacei? Lo sconsiglio, per lo meno nella prima fase, perché creare un dummy è un lavoro laborioso, so bene quanto è impegnativo, e mi dispiacerebbe se poi non rientrasse nella nostra linea, sarebbe uno spreco. Mi viene da domandare a questo punto se preferite ricevere dei progetti che hanno già una bozza di libro o solo delle immagini? Non abbiamo preferenze, lavoriamo sia con chi già ha un idea ben precisa, che con chi ha solo il materiale fotografico. Ci piace poter mettere mano ad un progetto, appartiene alla struttura della casa editrice, e credo faccia parte del lavoro di un editore. Con ognuno dei nostri autori, delle nostre autrici, siamo ripartiti da capo, abbiamo chiesto di farci vedere gli scarti. Si capisce tantissimo di un progetto, di chi sta dietro, vedendo come edita. Ci serve per capire in pieno il pensiero del fotografo, per poter dare al libro la forma che risalta la storia nella maniera giusta. E nel caso di proposte di fotografi che provengono da Reminders Photography Stronghold di Yumi Goto? È una collaborazione che funziona benissimo, anche perché alcuni dei fotografi non parlano bene l’inglese (e noi purtroppo per niente il giapponese), ed è importante l’intermediazione di Yumi. Noi rimaniamo la casa editrice che mette la parola finale sulla pubblicazione, ma in collaborazione con il fotografo. Ti posso citare come esempio il libro di Yoshikatsu Fujii  -Red String- (il suo libro d'artista era entrato nella short list del ParisPhoto): noi nel comporre la versione commerciale abbiamo mantenuto alcuni particolari come l’apertura del libro, il feltro per la copertina, ma abbiamo sostituito alcune immagini e adattato la produzione. Non era possibile cucire gli inserti con il filo rosso, l’abbiamo sostituito con del nastro adesivo rosso.
Dobbiamo tener conto che i loro dummy sono, in fondo, delle proposte molto ben fatte, ma poi c’è il lavoro dell’editore, che con la propria esperienza, e la sua linea e le sue scelte di marketing ne deve fare un edizione commerciale. Non sempre si possono realizzare tutte le idee proposte, come è stato per il libro di Hajime Kimura – Snowflakes Dog Man-.
Uno dei libri era di una dimensione troppo grande per un foglio macchina stampato in offset, quindi si è deciso di optare per una misura inferiore, pure per il box e il libro più piccolo, tutte le dimensioni sono state ridotte in proporzione. Ovviamente con l’approvazione di Hajime. Parlando di tecnica ho visto che stampate i vostri libri presso la Grafiche dell’Artiere di Bologna, ce ne vuoi parlare? È la nostra tipografia di riferimento. Ciò non vuol dire che altri non lavorino bene, solo che con le GDA abbiamo avviato un metodo di lavoro che ci soddisfa e che ci dà sicurezza. Quando presento il menabò a Gianmarco Gamberini, mi sento tranquilla, so che insieme a lui troveremo il modo migliore con i materiali migliori per ottenere un ottimo prodotto editoriale. Grande competenza e capacità? Sì, anche se dopo anni di lavoro anche noi abbiamo imparato qualcosa sui materiali che meglio si adattano alle nostre idee, e sappiamo pensare alle giuste soluzioni, resta il fatto che Gianmarco ci propone sempre delle soluzioni innovative e stimolanti, in un continuo bilanciamento tra costi e desideri. Visto che difficilmente noi facciamo il libro classico, è fondamentale poter interloquire con un team dalla mente aperta. Per la nostra esperienza posso dire che con i fratelli Gamberini abbiamo trovato un partner perfetto con cui raggiungere il giusto compromesso. Come si trova il giusto compromesso? Per noi rimane sempre il contenuto del racconto la parte fondamentale del libro, per esprimerlo al meglio arriviamo al punto di costruire dei particolari a mano anche interamente, questo non ci spaventa, anzi è un nostro punto di forza. Rivolgersi ad un consulente esperto può fare la differenza Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email al mio indirizzo zuccaccia@gmail.com. Trovate maggiori informazioni sui miei laboratori e sul mio supporto alla creazione di un progetto editoriale, sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Pubblicare con URBANAUTICA

4 chiacchiere con l'editore Steve Bisson Urbanautica è un editore indipendente che lavora su fotografia, antropologia visiva e paesaggi culturali. https://www.urbanauticainstitute.com/books Quale filosofia della casa editrice? Filosofia è una parola grossa. Piuttosto possiamo dire che ad ogni casa editrice corrisponde una visione e un set di strategie per realizzarla. Senza queste le aziende hanno le gambe corte. Come editore lavoro su due progetti: Penisola Edizioni è orientata a ricercare e promuovere autori italiani. https://www.penisolaedizioni.com/ Urbanautica Institute è più un think tank che esiste da molto più tempo e che opera su diversi fronti compresa l'editoria. Quindi è un'attività complementare ad un agire più ampio che abbraccia educazione, curatela e ricerca. Come presentare un progetto, cose da evitare, i tuoi suggerimenti. Qui la lista è lunga ovviamente. La cosa più importante è la cura. Prendersi cura di quello che facciamo. Quindi evitare: indifferenza, disattenzione, trascuratezza. Poi è importante la sincerità con se stessi prima ancora che con gli altri. Evitare dunque di perdere tempo in progetti che non sentiamo nostri. Questo si applica naturalmente anche ai libri. Confrontarsi con curatori, grafici, fotografici, amici, sviluppare un dialogo attorno al proprio lavoro. Maturare consapevolezza. L'approccio con un editore deve arrivare solo dopo tutto questo.  Personalmente non porrei limiti alla presentazione, l'importante che il materiale dia l'impressione di essere organizzato. Non vi è nessuna formula da seguire, ma una selezione attenta è benvenuta. Per quel che mi riguarda una buona introduzione motivazionale fa la differenza. Parlando di tecnica dove preferisci stampare? In Italia abbiamo un'ottima tradizione tipografica. Sono molti i fotografi e le case editrici straniere che stampano da noi. Quindi abbiamo l'imbarazzo della scelta. Oltre alla tecnologia anche il servizio che si ottiene può fare la differenza. Sul digitale di altagamma ho lavorato bene con Faservice. Ma ripeto vi sono molte aziende ottime in tutto Italia. Come sempre occorre decidere e scegliere con cognizione di causa. Se siamo alle prime armi, di nuovo confrontiamoci, informiamoci... Il processo stampa coinvolge numerose variabili, evitare di procedere a vanvera sia che si tratti di un volume importante che di fanzine digitali. Quali materiali usi? I materiali sono specchio di un concept grafico ed editoriale del progetto. Osservare il mondo del foto libro è una palestra utile per imparare che vi sono tante possibilità da percorrere. La carta è una decisione essenziale, è consigliato provarne diverse, capire quali rispondono meglio alle nostre esigenze. Acquista i libri di Urbanautica Rivolgersi ad un consulente esperto può fare la differenza Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email al mio indirizzo zuccaccia@gmail.com. Trovate maggiori informazioni sui miei laboratori e sul mio supporto alla creazione di un progetto editoriale, sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

AFRICAN IMAGE un libro di Sam Haskins

Libri fotografici rari e da collezione The Bodley Head Ltd, London, 1967 Pagine 184, dimensioni 27 x 31 cm Acquista il libro qui https://amzn.to/2NQykNC Sam Haskins era nato a Johannesburg in Sud africa ed ha lavorato prevalentemente nel campo della pubblicità e della moda, settori che lo hanno portato a trasferirsi a Londa nel 1968, ma tra i suoi amori c’era sempre l’Africa e gli oggetti d’arte del continente. L’unione di queste sue passioni sono raccolte in questo splendido libro che ci mostra un’Africa diversa, meno turistica e più antropologica, uno sguardo personale con una narrazione innovativa per gli anni sessanta. Per chi segue i percorsi dei libri fotografici l’accostamento di questo libro, pubblicato nel 1967, con il celebre New York 1955 di William Klein avviene in modo naturale. Tanti fotografi hanno sempre affermato di essere stati influenzati dal grande fotografo americano, così come è stato per tanti grafici. Perché questo libro a distanza di tanti anni dalla sua pubblicazione è ancora interessante e ne subiamo la fascinazione? La risposta, a mio avviso, è nella scelta grafica, per esempio l’aver scelto di usare dei caratteri ingranditi, un editing delle immagini mai banale, nei tagli delle immagini che creano la composizione. Certamente tutto questo non è avvenuto per caso e ad una attenta osservazione si percepisce quanto sia profonda la passione e la cultura di Haskins per l’Africa, interesse che lo avrebbe portato sicuramente a produrre altri libri sullo stesso argomento, invece lui ha scelto di realizzare solo questa pubblicazione e credo anch’io che sia stata una giusta decisione, perché quando si è raccontato così bene una storia complessa e ampia il riproporla in una nuova visione sarebbe stato un azzardo che non avrebbe aggiunto ma forse tolto. Peccato che vi posso presentare solo una minima parte del libro ma vi assicuro che l’intera opera è uno spettacolo per gli occhi. Collezionare libri vuol dire anche condividere con gli altri le proprie conoscenze. Chi volesse maggiori informazioni sui libri che recensisco può scrivermi a zuccaccia@gmail.com sarò felice di rispondervi e di condividere con voi le mie conoscenze. Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email. Inoltre tengo dei laboratori editoriali, sia per singoli che per gruppi di persone. Trovate maggiori informazioni sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Pubblicare con SEIPERSEI

4 chiacchiere con l'editore Stefano Vigni Seipersei è un laboratorio di avvistamento di pensiero visuale laterale impegnato nella promozione dei giovani fotografi italiani. Seipersei ha attualmente in catalogo 30 titoli ed è distribuita nelle più importanti librerie di catena e nella migliori librerie indipendenti su tutto il territorio nazionale. https://www.seipersei.com/ Come definiresti la tua casa editrice? Seipersei è una casa editrice a conduzione familiare, composta da me e da mia moglie Chiara. Siamo noi che ci occupiamo di tutto: io mi occupo dell’editing e del book design, Chiara cura il marketing e le campagne d crowdfunding. Poi a secondo dei libri che facciamo ci appoggiamo a traduttori, ufficio stampa o altre figure necessarie per un miglior sviluppo possibile del progetto. Sin dall’avvio della casa editrice abbiamo sempre avuto un particolare interesse per i temi sociali cercando di approfondire alcune problematiche come è stato, ad esempio, per il lavoro sul terremoto del centro Italia o quello sulla Syria. I libri che sono nel nostro catalogo rispecchiano la nostra voglia di uscire da una comunicazione fatta solo per la nicchia della fotografia, che rappresenta comunque il nostro punto di riferimento principale; con i nostri libri vogliamo dare voce ad importanti temi sociali e approfondire i problemi della nostra società contemporanea. Gli argomenti affrontati nelle pubblicazioni del nostro catalogo abbracciano un pubblico trasversale, per questo con i nostri progetti cerchiamo di arrivare a più persone possibile, allargando gli orizzonti comunicativi dei nostri libri. Ci piace evidenziare che i nostri titoli siano fatti per uno scopo, non vogliamo produrre dei libri solo per appagare l’ego dell’autore: vorremmo dare voce a chi non ce l’ha. Ti porto come esempio ciò che è avvenuto in questo periodo della quarantena, momento in cui ci è sembrato opportuno creare un libro di fotografia per i bambini, in considerazione del fatto che proprio i bambini e le famiglie avrebbero avuto la necessità di qualcosa che fosse non solo un passatempo ma anche uno strumento educativo. Altro caposaldo della nostra proposta è l’aspetto culturale: dalla musica ai luoghi della cultura, dal paesaggio al mondo dell’arte. Diamo molto spazio alle proposte dei giovani autori che ci parlano del loro mondo attuale, intimo e personale. Cito i giovani autori che per noi rappresentano una risorsa importante su cui vogliamo investire e in cui crediamo molto, specialmente autori italiani come si può vedere dal nostro catalogo. Mi immagino che riceverai tante proposte di pubblicazione? Nasciamo come piccola casa editrice con una vocazione al selfpublishing, quindi non abbiamo una programmazione a lungo raggio su quelle che saranno le prossime pubblicazioni. Si tratta perlopiù di libri che nascono da un rapporto con l’autore in un progredire insieme che poi porta alla realizzazione del libro. Mi spiego meglio: ricevere una mail con un progetto editoriale non ci permette di capire fino in fondo il vero valore dell’opera e i reali intenti dell’autore. Per tramutare al meglio un progetto in una pubblicazione ci vuole tempo, lavoro e fiducia da parte di entrambi, autore ed editore. Ancor prima del progetto viene la relazione con l’autore. Il rapporto con l’autore è una parte fondamentale del progetto, questo ci permette di capire veramente qual è il suo racconto, il concetto e il messaggio. Cerchiamo di instaurare un rapporto che metta le basi per programmare la giusta strategia di vendita del libro, ad esempio una campagna di prevendita in crowfunding unita alle presentazioni e alle altre attività promozionali, comprese le pubblicazioni nelle più importanti riviste e magazine. Certo l’aspetto del marketing è importante ma nel lavoro dell’editore c’è dell’altro: bisogna creare il vestito più adatto al progetto per amplificarne il potere comunicativo. Come preferisci che ti venga mostrato il progetto da parte dell’autore? Non c’è una regola fissa, a volte ci può interessare di vedere un eventuale dummy o un pdf che può aiutarci a capire il percorso dell’autore e alcune sue indicazioni, questo può essere un buon punto di partenza ma non di arrivo. A volte invece bastano semplicemente le fotografie.

Parlando di aspetti tecnici dei vostri libri ti domando se hai un legame con una tipografia in particolare. Lavoriamo con molte tipografie, ma la cosa che ci interessa di più è che sappia stampare bene e che sappia valorizzare i nostri lavori con una disponibilità ad ogni nostra richiesta. Per la parte propriamente tecnica, specialmente per me che seguo la stampa e la confezione in tutte le sue fasi realizzative è importante che tutto si svolga al meglio. Ci piace che la tipografia ci possa offrire una particolare attenzione a supporto delle nostre esigenze: dalla realizzazione di un cofanetto, a un tipo di stampa particolare o alla stessa rilegatura. Acquista i libri di Seipersei Rivolgersi ad un consulente esperto può fare la differenza Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email al mio indirizzo zuccaccia@gmail.com. Trovate maggiori informazioni sui miei laboratori e sul mio supporto alla creazione di un progetto editoriale, sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

Pubblicare con WITTY BOOKS

4 chiacchiere con l'editore Tommaso Parrillo Witty Books / Fondata nel 2012 come Witty Kiwi, casa editrice indipendente che vuole promuovere la fotografia contemporanea e le arti visive. https://witty-books.com/ Come si colloca la casa editrice nel panorama editoriale italiano? Ovviamente ogni casa editrice ha una sua linea editoriale che la contraddistingue e credo che ogni autore debba informarsi, attraverso il cataloga dell’editore a cui si rivolge, su quelle che sono le sue scelte, dal modo come costruisce l’oggetto libro ai progetti che propone. Ti posso dire che le mie scelte sono spesso legate a progetti che appartengono ad un mondo autoriale, introspettivo, se vuoi legati alla memoria e di conseguenza faccio più fatica a considerare dei progetti di reportage. Come editore indipendente la mia scelta è stata di puntare principalmente alla qualità dei libri che produco sia pur con tirature ridotte ma con una grande attenzione ai particolari, con una ricerca di carte specifiche e nuovi design. Ti interessi ai vari contest mondiali? Il mondo del dummy contest ha un suo valore nel panorama editoriale e questo non riguarda solo chi vince ma anche i progetti che vi partecipano e vengono inseriti nelle short list. Queste prime scremature sono importanti per noi editori per conoscere le nuove proposte e se un progetto ricorre spesso nel web sicuramente è da tenere in considerazione. Come presentare un progetto, cose da evitare? Personalmente prediligo le candidature abbastanza mature, cioè quei lavori che hanno già superato alcune revisioni e in cui si intravede una forza narrativa, nel pratico mi piace di ricevere un progetto che pur abbozzato sia presentato nella forma libro preferibilmente cartaceo oppure un pdf. Tenendo a mente che questo è un punto di partenza e non di arrivo senza dimenticare che potrei far ricorso a tutte le immagini che l’autore ha escluso nella prima selezione e mi piace collaborare con autori che hanno questa sensibilità di volersi mettere in discussione. Mi sembra di capire che preferisci ricevere un progetto “aperto”. Si perché ritengo questo un punto fondamentale del mio mestiere, il potermi inserire nell’editing e nella presentazione del libro fa parte del processo creativo di ogni editore che poi è il tratto che lo caratterizza. Aggiungo che avvicinarsi ad un editore è un processo conoscitivo, relazionale, e non basta mandare una mail generica a tutti gli editori del mondo, con cadenza mensile. Altra cosa è cercare di incontrarsi e presentarsi agli editori prendendosi il giusto tempo per parlare del proprio lavoro e questo può anche avvenire nei vari festival o incontri. Direi che è importante creare una cultura relazionale. Si così come consiglio di scegliere bene l’editore giusto per il proprio progetto. Dove preferisci stampare Sono un editore completamente autonomo e mi occupo della parte progettuale del libro e di trovare la tipografia per stamparlo, non ho una tipografia di riferimento ma di volta in volta a secondo del progetto editoriale vado da quella che ritengo sia la più adatta, questo perché mi piace sperimentare e perché devo fare attenzione ai vari preventivi di spesa proposti. Questo metodo vale anche per il designer a cui affido, a secondo del libro da fare, la costruzione e stile del prodotto. Il progetto cresce insieme, prima nella mia testa, poi con il confronto delle idee del designer e poi con la parte realizzativa della tipografia. Rivolgersi ad un consulente esperto può fare la differenza Per chi volesse un supporto alla creazione e alla pubblicazione del proprio libro può contattarmi via email al mio indirizzo zuccaccia@gmail.com. Trovate maggiori informazioni sui miei laboratori e sul mio supporto alla creazione di un progetto editoriale, sul mio sito web www.lucianozuccaccia.it

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