Vivian Maier, un caso di selvaggia speculazione?


Vivian Maier fotografa autoritratto
Autoritratto © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Ricordo di aver scoperto l’esistenza di Vivian Maier vedendo il gran numero di foto che John Maloof, sedicente unico scopritore dell’opera della fotografa di origini francesi, aveva pubblicato su Flickr nel 2009.



La sensazione di fronte a immagini tanto ben costruite che erano riemerse dal nulla era quella di una forte eccitazione mista a sbalordimento al limite dell’incredulità.



Era possibile che tutto quel materiale fosse rimasto al buio per oltre 40 anni?

Un forte senso di inquietudine e di angoscia mi prende ancora oggi nel pensare all’immenso numero di pellicole non sviluppate cadute nelle mani di chi acquistò il lotto contenente, insieme ad esse, stampe e negativi sviluppati (insieme a una vasta gamma di effetti personali della fotografa). Si, mi inquieta e trovo ci sia qualcosa di lugubre e pornografico nello sviluppare e guardare per la prima volta i negativi che non sono stati visti e considerati dalla fotografa in vita.


New York, NY, 1955. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York fotografa
New York, NY, 1955. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Posso comprendere e accettare l’attività di una istituzione pubblica, che si occupi di dedicarsi alla riscoperta di una fotografa, che venga ritenuta degna di quel grande sforzo che passa attraverso lo sviluppo-catalogazione del materiale inedito e mai visto, senza che la persona scomparsa abbia lasciato né indicazioni o pareri di alcun tipo in merito.

Quando, a fare questo siano soggetti privati che per il solo fatto di


aver acquistato per pochi dollari l’archivio in buona parte non rivelato di una fotografa vi mettano mano prima di accertarsi della esistenza in vita di possibili eredi

sento la cosa come una violazione della sfera privata di una persona che non ha più la possibilità di impedire che questo avvenga. La questione mi trasmette un senso di inquietudine e mi riporta alla mente la storia degli archeologi che violarono le tombe dei Faraoni in cerca del tesoro. Peraltro, Curt Matthews, uno dei suoi ultimi datori di lavoro, ha rilasciato questa memoria:


“Mi disse che se non avesse tenuto nascoste le sue fotografie, qualcuno le avrebbe rubate o usate male”.


Vivian Maier e John Maloof
Vivian Maier e John Maloof

Quando poi si viene a sapere che John Maloof iniziò a sviluppare lui stesso le pellicole senza sapere che emulsioni vecchie di trenta e più anni dovevano essere trattate considerando accorgimenti tecnici particolari per ottenere dei buoni negativi mi viene in mente un archeologo inesperto che meni colpi di zappa su sarcofagi dorati facendo sobbalzare la malcapitata mummia.


Oltre un centinaio di pellicole hanno subito l’affronto tecnico del ‘sottosviluppo’, ma nulla di grave, ci dice lui, sono solo poco contrastate…


(Da sinistra: Lo scatolone con i rullini di Vivian Maier / Autoritratto di John Maloof)


Successivamente, non avendo ancora formata una idea sulla questione, la visione del film-documentario ‘Finding Vivian Maier’, prodotto dallo stesso Maloof, mi trasmise tutta una serie di informazioni che, da spettatore, passivamente, assorbii dando per buona ed onesta la ricostruzione della personalità della fotografa che veniva fornita.

La bambinaia fotografa fuori dagli schemi, senza un passato, solitaria, forse misantropa, portatrice di chissà quale mistero vestita fuori moda, bizzarra, genericamente ‘strana’ secondo un metro di giudizio che vuole la donna risponda a determinati stilemi e se non lo fa può essere catalogata facilmente in queste varie e colorite maniere senza che si tenti un più approfondita considerazione di quale fu la realtà.



Ad oggi anche grazie a un interessante e informato libro di Pamela Bannos “Vivian Maier , Vita e fortuna di una fotografa” pubblicato in Italia nel 2018 ho rivisto sotto una luce diversa tutta la vicenda legata alla scoperta della fotografa di New York – Chicago e forse può essere interessante ragionare insieme su alcune questioni.



Per iniziare: l’archivio di stampe, negativi e rulli di pellicola non ancora sviluppati è andato irrimediabilmente disperso. Il motivo? Molto semplice,

chi ha messo le mani sul materiale non aveva la minima idea di cosa stesse maneggiando

per un tempo abbastanza lungo perché la dispersione in mille rivoli avvenisse. Forse una tale inconsapevolezza sarebbe stata anche di chi abbia una coscienza maggiore in ambito fotografico ma, ad aggravare la situazione, le scatole contenenti il materiale di Vivian Maier andarono principalmente nelle mani di persone interessate alla rivendita/svendita di quello che avevano acquistato. Persone abituate a svuotare le cantine, per le quali si ha tutto il rispetto fino a quando con la loro pur comprensibile sete di guadagno non smembrino patrimoni che dovrebbero restare integri e non essere malamente danneggiati. Gli stessi personaggi hanno poi iniziato a spacciarsi per salvatori di un patrimonio fotografico che sarebbe andato perso, in alcuni casi osannati, per questo, da parte della ‘intellighenzia’ del mondo della fotografia che stenta a chiamare le cose per quello che sono forse perché non vuole perdere la possibilità di sfruttare il fenomeno da baraccone.


L’interesse iniziale, soprattutto da parte di John Maloof, il più famelico tra tutti i maggiori detentori di materiale prodotto da Vivian Maier, è stato quello di


realizzare guadagni rivendendo su Ebay singoli negativi

(capite cosa significa? Il signore prendeva strisce di negativi e ritagliava singoli fotogrammi da mettere all’incanto, il miglior offerente se li aggiudicava per cifre tra i 10 e i 30 dollari. Fantastico, vero, che poi questa stessa persona abbia il coraggio presentarsi come benemerito salvatore dell’opera di Vivian Maier che invece ha contribuito a danneggiare, danneggiando tutti noi che vorremmo quel patrimonio fosse integro e in mano di istituzioni che se ne prendano cura, non per creare un mito da sfruttare vendendo stampe, originali e non, a prezzi astronomici ma per tentare l’opera difficilissima di rimettere insieme i pezzi della vita di una fotografa e tentare di dare una forma e un senso alla sua produzione artistica. Un atto d’amore, che porti alla reale comprensione della statura di Vivian Maier, in quanto fotografa e autrice, non una impresa che macini soldi.


Vivian Maier, Chicago, IL, 1956. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
Vivian Maier, Chicago, IL, 1956. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Invece se leggiamo, per esempio, le prime righe della presentazione che viene data alla mostra “Vivian Maier – Una fotografa ritrovata” organizzata da FORMA (19 novembre 2015 – 31 gennaio 2016) possiamo leggere la storia raccontata in questo modo:


“È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe”.


Questo il link: http://www.formafoto.it/vivian-maier-una-fotografa-ritrovata/


L’esposizione verrà accompagnata da un catalogo edito da Contrasto, nel quale possiamo leggere la Prefazione di Laura Lippman che sguazzando nello stereotipo della stranezza come carattere distintivo e mitico della fotografa ritrovata scrive:


“Chi sarà mai quella signora di mezza età così bizzarra? Chissà. Mi sembra innocua. Scatta delle fotografie che nessuno vedrà mai”


Il mito è servito, dato in pasto alla platea che non attende altro che facile poesia.

Peraltro l’editore del catalogo è lo stesso (Contrasto) che pubblica il più interessante e problematico libro di Pamela Bannos del quale sto diffusamente parlando. Pubblicano tutto, senza fare distinzioni di campo. Basta che si venda!


 © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
© Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Circa il fatto che Maloof abbia ‘capito subito’ cosa aveva tra le mani, credo sia molto interessante invece rileggere e riflettere su un post che pubblicò il 10 ottobre 2009 su un gruppo di Flickr: Hardcore Street Photography:


https://www.flickr.com/groups/94761711@N00/discuss/72157622552378986/


Per chi non conosca la lingua inglese sintetizzo: dice di essersi aggiudicato ad un’asta 30-40000 negativi di una fotografa da poco morta (al momento dell’acquisto Vivian Maier era ancora viva e gli scatoloni contenenti la sua vita erano stati messi all’asta in quanto aveva smesso di pagare l’affitto dei box nei quali li teneva) e domanda alla platea del social media:


‘Che ci faccio con tutte queste foto? Andrà bene per farci un libro o delle esposizioni? Ogni quanto si scopre qualcosa di questo tipo?’

Di certo iniziava a formarsi in lui la coscienza di avere tra le mani qualcosa di molto interessante da cui poteva tirare su un bel gruzzolo ma di certo non aveva compreso molto più che questo. Un tesoro prezioso ma solo per quello che riguarda i guadagni che può realizzare, non il tesoro prezioso dell’archivio di lastre fotografiche di Atget che Berenice Abbott aveva salvato e consegnato al Moma per amore della fotografia di quel maestro che aveva personalmente conosciuto.


Questa presa di coscienza arriverà più avanti quando ormai la dispersione del materiale aveva dato i suoi frutti, nel male e nel bene per Maloof:


“Nell’insieme, tra il marzo 2008 e l’agosto 2009, tramite le vendite su Ebay di Maloof erano andati dispersi circa 200 negativi e 265 stampe digitali ricavate da oltre un centinaio di negativi, con un incasso lordo di circa 5000 dollari. Considerando l’investimento iniziale di 380 dollari, le vendite su Ebay avevano generato ottimi profitti”

(Pamela Bannos, op. cit. pag 120)