Un Approccio Inaspettato


Il mio ultimo progetto sul Giappone, realizzato interamente con iPhone ed ospitato di recente in una mostra fotografica presso l'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, mi ha fatto molto riflettere sull'approccio che un fotografo può avere in contesti particolari e rispetto ad una realtà così diversa dal proprio immaginario culturale e dalle proprie abitudini. Da oltre venti anni lavoro come fotoreporter in giro per il mondo, fotografando su commissione realtà distanti e diverse da quella del mio paese. Ho utilizzato gli strumenti professionali classici, per lo più macchine fotografiche ingombranti con vari tipi di lenti (dai grandangoli ai teleobiettivi). Ho sempre pensato che l'attrezzatura professionale fosse una necessità per garantire un certo tipo di risultato. L'attrezzatura è sempre stata, nella cultura di massa, l'ombrello sotto il quale si mette al riparo il fotografo professionista che, attraverso il proprio parco macchine, da di se un'immagine efficace a farlo sembrare bravo.






E' facile cadere nella trappola illusoria che l'attrezzatura possa qualificarci agli occhi degli altri come dei professionisti, come qualcuno che sa il fatto suo. La professionalità non sta negli strumenti che si utilizzano, ma nell'atteggiamento e nel metodo. La sensibilità e la capacità di cogliere immagini che raccontano, non hanno nulla a che fare con gli strumenti che si usano, piuttosto sono il frutto del proprio immaginario, della propria storia. La fotografia è dentro di noi prima ancora di essere dentro lo strumento che la realizzerà.


Per anni ho pensato che viaggiare senza le mie macchine fotografiche potesse in qualche modo equivalere a non viaggiare, perchè esse rappresentavano l'unico strumento professionale ed affidabile con il quale avrei potuto dimostrare di essere stato in quel posto, e di esserci stato con un approccio professionale. Ma qual'è l'approccio professionale?

Nell'ottobre del 2016 ho compiuto il mio primo viaggio in Giappone, una meta abbastanza lontana e suggestiva da non considerare minimamente l'ipotesi di lasciare a casa l'attrezzatura professionale, cosa che invece ho fatto. Non ho portato con me la mia attrezzatura professionale, ma un semplice iPhone 6 perchè volevo guardare le cose con occhi diversi.


Non volevo essere vincolato dall'utilizzo delle macchine reflex che ho sempre usato. Non volevo essere vincolato da nulla, volevo immergermi in quella nuova esperienza com un viaggiatore-narratore che scopre e racconta con più immediatezza, senza per questo perdere creatività e qualità delle immgini.


Per oltre un mese ho girato il Giappone munito soltanto del mio iphone.

Ricordo i commenti stupefatti degli amici che, prima della partenza, mi esortavano a portarmi almeno una macchina fotografica:

«Ma quando ti ricapita di andare in Giappone?»

«Ma sei impazzito? Un fotografo che non si porta la macchina fotografica che fotografo è?»

«Vedrai, un giorno te ne pentirai»


Non solo non mi sono mai pentito di aver lasciato a casa la mia attrezzatura professionale, ma esserne sprovvisto mi ha dato uno strano senso di liberazione durante tutto il viaggio, mi ha liberato dalla necessità di fotografare in un certo modo, mi ha liberato dai vincoli tecnici e dalle logiche di mercato. L'utilizzo di uno smartphone mi ha permesso un approccio più spontaneo ed una immediatezza nella realizzazione dell'immagine.

Per chi si stia interrogando sulla qualità dei files e di eventuali stampe finali, posso solo dirvi chel'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, a fine gennaio 2018 ha ospitato una mia mostra su questo lavoro giapponese, con stampe fotografiche 50x50 cm, prodotte direttamente dai files scattati con l'iphone e lavorati con una app di postproduzione, sempre sullo smartphone. La stampa è stata eseguita a Padova da un laboratorio serio, il FosfeniLAB di Emanuele Salvagno ed avevano una qualità incredibile, appunto da mostra.


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