Le 5 regole d'oro del Reportage Fotografico


Dal reportage "Addis Urban Revolution" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine



Spesso confondiamo il reportage fotografico con lo stille di ripresa che lo caratterizza o con il semplice fatto di fotografare determinati contesti sociali.


Il reportage fotografico è qualcosa di ben diverso, è un percorso di approfondimento su un tema, che un fotografo intraprende per sviscerarne i significati e le motivazioni meno evidenti, per raccontare qualcosa che va oltre le apparenze, per far conoscere una storia che vada in profondità.


Se volessimo fare un paragone linguistico con il video potremmo dire che assomiglia ad un documentario e se volessimo affiancarlo alla letteratura potremmo dire che assomiglia ad un'opera di narrativa. Non si tratta dunque di una carrellata di belle immagini, nè tanto meno di una raccolta di documenti, ma di qualcosa di più. Si tratta di una struttura grammaticale e linguistica che crea un percorso critico mettendo in evidenza il susseguirsi di fatti concatenati tra loro, relativamente ad un tema o un soggetto.


L'etimologia della parola (sia in greco che in latino) si riferisce al concetto di "ricerca" e "conoscenza".

L'errore di pensare che realizzare un reportage consista nell'andare in un luogo e scattare quante più belle immagini possibili con un certo stile è dietro l'angolo. Un errore comune che ho visto fare a molti. La maggior parte degli studenti che si iscrivono ai miei corsi arrivano con l'idea di perfezionare uno genere che hanno già cominciato a praticare, senza capire che il modo in cui fotografano è solo una questione personale e che il reportage invece presuppone un percorso di ricerca e di conoscenza del tema.


Ecco dunque alcune indicazioni e qualche consiglio su come realizzare un reportage fotografico, suggerimenti che potrebbero essere d'aiuto per incamminarsi nella giusta direzione.


Dal reportage "Surviving Kosovo" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine


1. Trasformare l'idea in una storia

Spesso accade di confondere il tema o il soggetto con la storia, niente di più sbagliato. Se ad esempio volessi realizzare un reportage sul mercato etnico dietro casa e mi limitassi a frequentarlo per qualche domenica, fotografando le situazioni che mi colpiscono e pensando che la storia sia il mercato in se, starei commettendo un grave errore. Una collezione di belle immagini, anche se accomunate da uno stesso luogo o tema, non costituisce un reportage ma un portfolio a tema.


Qual'è allora la differenza tra una collezione di fotografie ed una storia per immagini?


È la struttura linguistica che lega le immagini tra loro. Le immagini di una collezione tematica sono legate tra loro solo dal tema di fondo, che viene riproposto sotto diverse forme durante la sequenza fotografica. Le immagini di un reportage sono legate tra loro da una narrazione cronologica che non è il tema, ma la storia che vogliamo raccontare all'interno del tema, secondo una struttura lessicale precisa.


Per riprendere l'esempio del mercato etnico, se vogliamo realizzare il nostro reportage dobbiamo cominciare a porci una serie di domande:


Qual'è il mio soggetto principale?

Quale aspetto in particolare voglio approfondire?

Quali sono gli elementi dinamici che caratterizzano questo aspetto?

Quali sono i risvolti che voglio mettere in luce?

Perchè voglio mettere in luce questi aspetti?

In che rapporto sta il mio soggetto con il contesto al quale si riferisce?

Perchè il mio soggetto è così interessante?

Quale è il valore aggiunto della mia storia?


Per rispondere a queste e a altre domande dobbiamo necessariamente approfondire il tema che vogliamo trattare, fare delle ricerche, studiarlo, sviscerarlo. Premesso che tutto è già stato fotografato e anche con ottimi risultati, come possiamo aggiungere valore a ciò che già è stato mostrato? Perchè qualcuno dovrebbe soffermarsi e porre la sua attenzione sull'ennesimo reportage di un mercato etnico?


Non basta rispondere: "Perchè questo mercato è diverso dagli altri" o "Perchè è pieno di colori ed è molto affascinante" o "Perchè pochi lo conoscono" o "Perchè il mio stile fotografico è molto accattivante". Non siamo noi il centro di interesse, ma la storia che vogliamo raccontare. Se non siamo in grado di rispondere con chiarezza ed inequivocabilità a queste domande forse siamo sulla strada sbagliata e ci stiamo concentrando sul soggetto sbagliato.


Nel caso del mercato etnico, personalmente comincerei a fare delle ricerche per scoprire quali sono le caratteristiche che lo distinguono da altri mercati analoghi (valore aggiunto) e per capire se tra coloro che ci lavorano c'è qualche storia particolarmente interessante da evidenziare. Comincerei ad approfondire la mia conoscenza e la ricerca di elementi caratterizzanti che possono contribuire a rendere unico il mio soggetto. Chi cerca trova...


Dal reportage "Nostalgia Cubana" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine

2. Pianificare e prendere contatti

Abbiamo dunque stabilito che non basta recarsi sul posto e scattare delle belle immagini per realizzare un reportage fotografico che possa chiamarsi tale. Per questo motivo le storie di valore prodotte dai fotoreporter non sono molte, occorre molto sforzo e molto tempo per rintracciare un percorso unico ed originale.


Una volta che abbiamo stabilito e rintracciato la nostra potenziale storia, passiamo alla seconda fare, ovvero quella della costruzione di una gabbia sulla quale andremo via via a montare il reportage. Se la fase di ricerca e analisi ci ha portato degli elementi di valore, partiamo da questi per scrivere la prima traccia del reportage che vogliamo realizzare.


Nell'esempio del mercato etnico ad esempio abbiamo scoperto che è l'unico luogo in città che fornisce esclusivamente materie prime che provengono direttamente dai paesi di origine. Abbiamo anche scoperto che i ristoranti etnici si riforniscono prevalentemente da questo mercato. Ecco due elementi carratterizzanti che definiscono meglio la nostra storia. Eravamo partiti da un semplice luogo (il mercato) probabilmente attratti dai colori, dai profumi e dalla vitalità, ma la ricerca approfondita ha allargato i nostri orizzonti introducendo dei nuovi soggetti all'interno del tema: i ristoranti.


A questo punto dobbiamo stabilire chi sia il soggetto principale, se il mercato o i ristoranti. Se per ipotesi decidiamo che il soggetto principale sono questi ultimi, dobbiamo buttare giù per iscritto un primo programma su cosa vogliamo fotografare, ponendoci anche qui una serie di domande.


Quali ristoranti etnici scegliamo ed in base a quale criterio?

Quelli più popolari o quelli più esclusivi?

Chi va a fare la spesa? A che ora?

I ristoranti che abbiamo scelto si servono da alcuni mercanti in particolare?

Cosa succede una volta terminata la spesa al mercato?

Come vengono trattate le materie prime acquistate dal ristorante?

In che modo vengono preparate le pietanze?


Più domande pertinenti ci facciamo, più delineamo il focus della nostra storia. Eravamo partiti dal mercato come luogo ma strada facendo abbiamo capito che la stretta relazione con i ristoranti etnici della città fa di questi ultumi un soggetto molto più interessante.


Per non rischiare di fare i conti senza l'oste, abbiamo bisogno di prendere contatti con alcuni dei ristoranti per porre loro delle domande e chiarificare ancor di più gli elementi importanti legati al nostro soggetto. Se vogliamo però avere la collaborazione e magari proporgli di fotografarli nel loro ciclo produttivo, dalla spesa alla pietanza cucinata, dobbiamo avere le idee chiare e dunque esporre al ristoratore di cosa è fatta la storia che vogliamo raccontare e perchè. Dovremmo inoltre avere chiaro quel'è il valore aggiunto per il ristorante, perchè dovrebbe aiutarci?


Siamo ormai entrati nel vivo della progettazione del reportage che vogliamo realizzare e dalla conversazione che avremo con diversi ristoratori saremo in grado di aggiornare la nostra bozza iniziale di contenuti. Molte idee andranno cancellate perchè prive di valore consistente, altre andranno aggiunte grazie alle informazioni che i ristoratori sono stati in grado di fornirci.


A questo punto possiamo cominciare a pianificare il lavoro nel concreto, scriviamo una seconda bozza di situazioni concrete che vogliamo fotografare con tanto di luoghi, orari e giorni della settimana. Aver parlato con una serie di ristoratori e magari anche con i banchi del mercato ai quali essi fanno riferimento per la priopria spesa, ci ha dato la consapevolezza di ciò che ci interessa e di ciò che dobbiamo fare. Viceversa avremmo brancolato nel buio.


Dal reportage "New York Stories" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine

3. Scattare è l'ultima cosa da fare

Fotografare è amare! È l'atto conclusivo di un percorso di conoscenza e, per quanto possibile, di empatia con il proprio soggetto. Se semini bene e nutri con sincerità ed amore il rapporto con i tuoi soggetti e gli ambienti che vuoi fotografare, coglierai i frutti più belli e più dolci del tuo sforzo sincero.


Anche se abbiamo collezionato una serie di informazioni utili alla storia e acquisito la consapevolezza delle relazioni e delle dinamiche che riguardano il nostro tema o soggetto, non abbiamo ancora maturato l'esperienza diretta di cosa queste dinamiche e questi rapporti possano effettivamente produrre, delle situazioni (positive e negative) che possono scaturire. Abbiamo bisogno di vivere direttamente l'esperienza osservando e cogliendo il più possibile le varie sfumature. Oltretutto abbiamo bisogno di costruire un rapporto di fiducia con il nostro soggetto in modo che la nostra presenza non rappresenti più un elemento di intrusione ma possa permettere il naturale svoglimento delle dinamiche spontanee tra soggetto e contesto.


L'errore più comune e quello di arrivare sulla scena e cominciare a fotografare, spinti da quell'irrefrenabile voglia di catturare situazioni che a prima vista ci danno l'impressione di essere uniche ed irripetibili. Non c'è urgenza, difficilmente le situazioni che animano dinamiche consolidate sono uniche ed irripetibili. Se sappiamo osservare ed aspettare noteremo che le stesse dinamiche si ripeteranno secondo un ciclo di eventi ben precisi.


Il consiglio è quello di svolgere la funzione di meri osservatori, prendere degli appunti su carta, annotare le sfumature man mano che esse si presenteranno ai nostri occhi e tutto ciò che ci colpisce.

Abbiamo bisogno di tempo per maturare un'esperienza diretta, per capire quali dinamiche e quali valori compongono il rapporto tra i protagonisti della storia ed i loro antagonisti, qual'è il rapporto del nostro soggetto con lo spazio ed il contesto. A proposito di spazio e di contesto, cominceremo ad annotare particolari importanti, dettagli che possono rafforzare figurativamente la storia e favorire l'utilizzo delle figure retoriche nella sintassi del racconto. Altra cosa importante è che in questo modo, la nostra presenza comincerà ad essere assorbita come acqua all'interno di una spugna.


Per il mio libro Africa Express (Ed. Postcart 2012) la cui fase di ricerca e produzione è durata all'incirca un decennio, per ogni nuovo treno africano sul quale ho viaggiato ho dedicato anche giorni interi alla pura osservazione delle dinamiche, alla conoscenza dei miei soggetti e alla mia accettazione come fotografo all'interno della comunità viaggiante, senza mai scattare un'immagine,


Dal reportage "Africa Express" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine

4. Trovare un punto di vista personale

Come dicevamo, tutto è già stato fotografato. Aver individuato i caratteri salienti ed unici della storia che vogliamo raccontare è sicuramente un grande passo avanti, ma non basta. Abbiamo bisogno di caratterizzare anche il nostro modo di fotografare, cercare il nostro personale punto di vista. Non è qualcosa che si scopre velocemente, c'è bisogno di tempo, di esperienza e di trovare dentro se stessi l'unicità del proprio sguardo. Anche qui occorre tempo per maturare ed essere consapevoli nell'uso di un linguaggio più personalizzato e allo stesso tempo efficace.


Un suggerimento è quello di concentrarsi maggiormente sul significato e meno sul significante di ciò che vediamo. Per tradurre sinteticamente in linguaggio delle immagini la teoria di Louis Hjelmslev, che definiva il significato come piano del contenuto e il significante come piano dell'espressione, possiamo dire che il primo è il contenuto, mentre il secondo è la forma. In un'epoca nella quale la fotografia sta spostando sempre di più il proprio baricentro sul significante a discapito del significato, il mio suggerimento è quello di prediligere invece il secondo valore (significato) che è quello più difficile da cogliere, mentre avremo tempo per perfezionare la forma e l'estetica delle nostre immagini.


Un altro consiglio che mi sento di dare soprattutto a chi è alle prime armi è quello dell'imitazione. Cercare all'interno della storia della fotografia un autore il cui approccio fotografico e il cui modo di riprendere la scena ci piace e sposi maggiormente il nostro modo di guardare, e cerchiamo di imitarlo. Se stiamo imparando, non c'è nulla di male ad imitare chi ha già perfezionato un modello linguistico che ci sembra efficace. Il processo cognitivo dei cuccioli di animale e dei bambini è basato sull'imitazione degli adulti ed è il medoto più facile e più veloce per apprendere qualcosa che non conosciamo ancora bene. Con il tempo e soprattutto con la pratica troveremo il nostro punto di vista più personale.



Dal reporage "Africa Express" | Foto © Giorgio Cosulich de Pecine

5. Non scattare a tutti i costi

Il fotografo non è uno sciacallo, nè tanto meno un ladro. Fotografare è l'atto di raccontare con onestà, etica e autenticità ciò che colpisce i nostri occhi, la nostra immaginazione e i nostri sentimenti, trasferendo la stessa autenticità e la stessa passione agli occhi di chi guarderà le nostre fotografie. Se non abbiamo amore e rispetto per i nostri soggetti questo si trasferirà inevitabilmente anche sulle immagini che scatteremo.


Se non siamo in grado di scrivere una storia per immagini mantenendo il rispetto dovuto nei confronti dei soggetti che stiamo ritraendo, il reportage fotografico non fa per noi.

Non dobbiamo mai pensare che le persone che fotografiamo siano al nostro servizio, pensiamo piuttosto il contrario, siamo noi al loro servizio, Prima di prendere, pensiamo a donare. Il fotografo di reportage ha una grande responsabilità, quella di dare voce a chi non ce l'ha e non lo fa per un proprio tornaconto, semmai per un vantaggio altrui. Questa è l'etica che sta alla base del reportage fotografico (soprattutto in ambito sociale) e di chi lo pratica con professionalità e coscienza.


Nella mia vita lavorativa ho visto fin troppi sciacalli e profittatori disposti a tutto pur di portare a casa un'immagine, disposti ad utilizzare "l'altro" come strumento per mettersi in mostra, per vincere un concorso, per mettersi in luce davanti al photoeditor di turno, per conquistarsi l'ammirazione di qualcuno o un posto in prima fila. Ho visto molti presunti fotografi immergersi in contesti sociali disagiati, non per dar voce ai vinti, non per denunciare le ingiustizie, non per la voglia di raccontare al mondo, ma perchè certe situazioni rendono bene dal punto di vista estetico e danno l'opportunità di mettersi in mostra, di vincere un premio, di ricevere gratificazioni. Quanta aridità ho trovato in queste persone che si fanno chiamare "fotografi", di fondo disinteressati agli altri come specchio di se, ma solo come opportunità da sfruttare subdolamente, fingendo onestà ma covando opportunismo. Questi sono gli sciacalli e lo dico senza mezzi termini, perchè la mancanza di rispetto nei confronti dei soggetti che si ritraggono mi disgusta profondamente.


Oggi purtroppo il mondo dei premi fotografici e delle facili occasioni per mettersi in mostra induce i più deboli in tentazione. Oggi la tendenza del fotografo poco professionale e motivato solo da ragioni di mercato è quella di frapporsi tra la macchina fotografica e i propri soggetti.


Lo scopo è diventato quello di mostrare quanto siamo bravi con la scusa di mostrare le disgrazie altrui.


Approfondire le tecniche sul campo

Se sei interessato ad approfondire le tecniche del reportage e a metterti alla prova concretamente nella realizzazione di una storia per immagini, dall'idea alla selezione finale, puoi contare sul mio supporto ed iscriverti al mio workshop di reportage individuale o prenotare singole sessioni private di approfondimento. Ti seguirò personalmente passo passo nella realizzazione della tua storia attraverso collegamenti su Skype, ovunque tu sia, con l'assegnazione di compiti ed esercizi specifici misurati su di te ed un timing preciso per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.


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