Analogico o digitale ? Una diatriba ritornata in auge.

Nuove passioni analogiche, una questione personale



Mio padre, quando si andava in vacanza, portava con sé una Rolleiflex biottica, che è stata la prima macchina fotografica che io abbia usato. Guardare nel pozzetto, miracolo ottico, e girare la manovella per far avanzare la pellicola sono stati il primo contatto con la fotografia. Sulla fine degli anni ‘70 entrando negli ‘80.

Di li a poco avrei avuto una macchina tutta mia, una Konica 35 EF3. La ricevetti il giorno del mio decimo compleanno nella primavera del 1982.

Konica 35 EF3

Il mio amore per le macchine fotografiche (e le pellicole, le tank di sviluppo, gli ingranditori…) non è mai venuto meno nonostante non le abbia mai confuse con la fotografia. In effetti, ho sempre ritenuto che non ci sia un diretto rapporto tra mezzo e fine; la cosa è esemplificata a mio avviso dal fatto che


molte delle persone che collezionano apparecchi fotografici non li usano mai.


Li tengono al sicuro nei cassetti o in terribili vetrine, dove il solo fatto che il metallo delle macchine venga a contatto col vetro mi mette un senso di gelo nel sangue. Le utilizzano (se si può parlare in questo caso di utilizzazione), magari senza pellicola caricata, giusto per far marciare gli ingranaggi che si potrebbero rovinare stando fermi.


Il piacere risiede in quello, il rumore della tendina, le molle che ricaricano lo scatto. Il click, il clack. A posto.

Pellicola, si, ho appena scritto pellicola. Non sono interessato al funzionamento delle moderne macchine fotografiche digitali che evidentemente ho usato e adopero quotidianamente per motivi legati al lavoro, (e per la loro comodità le ringrazio, riconoscendone il miracolo tecnologico che incarnano), ma che per me non hanno il fascino degli apparecchi analogici. Da un lato ci sono dei computer con una lente davanti, dall’altra c’è una camera oscura portatile e un processo che permette alla luce di imprimere delle modificazioni fisiche a un supporto sensibile.


Canon Multi Tele 35-80 mm f 3.5/5.6

Se la fotografia fosse solo la mia passione e non anche un lavoro a questo punto darei via tutte le macchine digitali per dilettarmi nel mondo analogico. Quando mi capita di essere interpellato su quale macchina digitale posso consigliare non so dare una risposta e il perché è presto detto: non seguo con passione i continui sviluppi della tecnologia legati al mondo della fotografia. Non conosco quali siano le caratteristiche tecniche neanche degli apparecchi che utilizzo (di quanti megapixel sono le foto che escono da una Canon Eos 5 Mark III?). Se mi viene chiesto cerco la risposta in internet, per poi dimenticarla. Adopero queste macchine solo per soddisfare gli elevati standard richiesti dai miei clienti.


Quando si lavorava ancora con macchine analogiche, e a me è successo per un tempo breve prima della mia conversione al digitale, non esisteva una reale necessità di cambiare ed aggiornare il proprio parco di corpi macchina (solo se si voleva un autofocus più veloce o una capacità di poter scattare a raffica un numero maggiore di fotogrammi per secondo) ma già in questi casi stiamo parlando di una fotografia, e di un mercato dei mezzi di produzione delle immagini che si stava avviando verso la follia del continuo aggiornamento che poi è stato il motivo conduttore una volta passati al mondo digitale.



Yashica Samurai X30


Dal 2000 fino ad oggi ogni 2-3 anni è stato necessario aggiornare le proprie apparecchiature per riuscire ad avere files fotografici della qualità e grandezza necessari per soddisfare le nuove richieste del mercato.


Se pensiamo alla Nikon F prodotta dal 1959 al 1973 (per 14 anni!) possiamo comprendere il cambio di epoca del quale siamo stati spettatori; anzi diciamo meglio: attivi realizzatori spendendo notevoli cifre di denaro per aggiornare il nostro armamentario.

Per inciso, e vado subito a contraddirmi parlando della mia vita digitale quando avrei voluto invece dedicarmi a una ‘questione analogica’ alla quale arriverò tra poco, ho posseduto nell’ordine una Canon 30D, poi una 60D, poi una Eos 1 D Mark II n, poi tre Eos 5 (la prima e poi le successive Mark II e Mark III).


Nikon F Photomich

Sei diverse macchine fotografiche consumate nell’arco di 15 anni.

Neanche troppo, direte, ed in effetti conosco professionisti che hanno rinnovato il loro armamentario per un numero di volte molto maggiore.

Ma torniamo, anzi dirigiamoci verso quello che voleva essere l’argomento di questo mio primo ‘punto di vista’. Quindi, per creare una cronologia tutta mia, che forse corrisponde a quella di molte persone che amano e vivono con la fotografia, all’inizio degli anni 2000 è avvenuto per tutti il passaggio alle macchine digitali e nei negozi di usato fotografico sono cominciate ad arrivare tonnellate di acciaio e titanio a un prezzo bassissimo. Ricordo le vetrine dell’usato di Sabatini in Viale Germanico a Roma, zeppe di Nikon F e F2, tutti i Photomic prodotti durante gli anni 60 erano messi in fila in bella vista, montati sulle rispettive Nikon F – F2 pronti a essere comprati per due soldi.


Ben prima di allora, fine anni 80, con l’arrivo dell’autofocus quei mostri macrocefali che servivano a misurare la luce per esporre a dovere le foto senza aiuto di esposimetri esterni o del sistema sunny 16 erano stati mandati in pensione, ma adesso, inizio anni 2000, chi ne aveva ancora in soffitta li vendeva, e con loro le macchine sulle quali erano montati per accedere all’acquisto di nuovo materiale digitale (che all’epoca peraltro era di qualità particolarmente bassa e con prezzi altissimi). Ricordo di un amico che usava un Photomic come fermaporta, lo ripulì e lo vendette su Porta Portese a pochi euro.

Scherzo, ma sarebbe potuto essere vero.


Ora, perché dico questo? Beh perché tra gli inizi degli anni 2000 e almeno fino al 2010/13 in pieno periodo di digitalizzazione del modo fotografico per acquistare macchine fotografiche analogiche di qualsiasi genere erano necessario uno sforzo economico relativamente basso. Dirò di più, si era considerati degli snob senza molto da fare, se non che buttare soldi, anche se pochi, dalla finestra.


E che ci fai con l’Hasselblad x-pan quando puoi prendere un file e tagliarlo per trasformarlo in veduta panoramica?

Anzi fai due foto e poi le metti insieme con Photoshop! Era arrivato Photoshop e la post-produzione. Si salvi chi può! Anche io ci sono cascato come un pollo prima di sentire intimamente la bruttezza di quei ritocchi digitali e smettere, anzi peggio rifiutare quel modo di fare, quella moda che non ci siamo più tolti di torno.


Hasselblad x-pan

Post-produzioni pesanti che facevano sembrare mascheroni di carnevale le persone e facevano piovere luce e colori a caso sulle scene pur di renderle più drammatiche e interessanti.


Alcuni importanti premi fotografici sono stati assegnati a foto scattate da fotografi capaci che però non erano stati in grado di fermare (non avevano voluto?), la mano al loro post produttore o a loro stessi.


World Press Photo 2012, foto di Paul Hansen

Del resto se per esempio il World Press Photo del 2012 è stato vinto da questa foto del fotografo svedese Paul Hansen vuol dire che l’indiscutibilmente bravo fotoreporter ha saputo inoltre compiacere il gusto imperante (per me osceno) e ha contraffatto la luce della foto scelta come vincente. Quella foto non aveva nessun bisogno di essere pitturata a posteriori, era un’immagine fotogiornalistica forte e drammatica che, colorata e illuminata in quel modo, continua a sembrarmi come il volto di una vecchia bella signora che ha esagerato col trucco (e qui preferisco tralasciare le considerazioni di ordine etico relative a interventi di manipolazione su immagini di questo genere). A posteriori mi sento di dire con l’amaro in bocca che forse il fotografo ha avuto ragione a modificare così pesantemente l’immagine perché, intercettando il gusto della giuria, ha stampato il suo nome tra quelli che contano e credo ne sia stato felice e ne abbia fatto discendere risvolti lavorativi e economici interessanti. Evidentemente resto dell’idea che, perdonate il gioco di parole,


fare la cosa giusta non ha il potere di trasformare la cosa in cosa giusta.

Dicevamo?


Ah no, dalla mia memoria affiora un altro ricordo legato a quel periodo di esagerazioni cromatiche digitali. Proprio il periodo in cui quasi si veniva pagati per prendere in affidamento una Mamiya 6.


Sempre nella sede che a Roma ospitava il World Press Photo venne esibito il lavoro a colori di un importantissimo fotografo italiano da tutti ritenuto a ragione ancora oggi uno dei più capaci fotogiornalisti italiani. Molte delle immagini erano evidentemente postprodotte (parola che mi ripugna) con rara pesantezza. Domandai al fotografo, presente in galleria, i motivi che l’avevano spinto a ricolorare, contrastare, inventare in quel modo la luce e le tonalità delle sue immagini che, anche senza quegli interventi, avrebbero trasmesso il messaggio grazie alla capacità estetica e giornalistica di cui è capace (che anzi, direi meglio, quegli interventi a mio avviso potevano danneggiare la forza del suo sguardo sulle cose). La risposta fu vaga e infastidita, le mie osservazioni non ottennero una risposta. Invece di ricevere una spiegazione mi trovai di fronte a una persona che si difendeva screditando le mie perplessità. Fu una delusione.


Va bene questa è stata una lunga digressione, che poi a dire il vero, nei miei post, il ragionamento si espanderà in maniera magmatica e libera quindi forse non si tratta neanche di definirla digressione, torniamo quindi al discorso sulle fotocamere analogiche e stabiliamo telegraficamente: il loro costo tra il 2000 e il 2015 è andato a calare, ma, come una marea poi i costi sono ricominciati a salire e attualmente stiamo assistendo a una ripresa di interesse verso la possibilità di fare foto su supporto analogico con macchine tradizionali. Quali siamo i motivi del mio interesse adesso non lo dirò altrimenti cadrei in un altro lungo inciso.


Macchina fotografica mezzo formato

Quello che voglio dirvi e che spero vi interesserà leggere lo accenno qui in chiusura di questo lungo post: nell’ultimo anno ho iniziato ad utilizzare alcune macchine mezzo formato su pellicole 135 (half frame cameras). Insomma macchine che su pellicole nominalmente da 36 pose ne scattano esattamente il doppio, ovvero 72 (non male in termini di risparmio, e, come vedremo non solo di risparmio).

Come nelle migliori tradizioni interrompo il ragionamento sul più bello. Da qui riprenderemo nel mio prossimo post ma voglio lasciarvi indicandovi e mostrandovi le macchine che attualmente sto sperimentando e delle quali parlerò diffusamente:


Yashica Samurai x3.0

Fuji TW-3

Canon Autoboy Tele 6 (Canon Prima Tele o Sure Shot Multi Tele) diversi nomi a seconda del mercato di commercializzazione.


Se volete scrivermi: giulio.napolitano@gmail.com | www.giulionapolitano.com



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